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Andrea Cutelli – L’istinto consapevole

di Mosè Franchi

Ci parla di istinto, Andrea Cutelli: il professionista della settimana. Lo fa spesso, durante il dialogo telefonico: la prima volta quando gli chiediamo a quale stile si senta più vicino. È la sensazione del momento, a guidarlo: l’atmosfera che si viene a creare prima del Click. Gli crediamo, anche se, conoscendolo, siamo propensi a credere esista in lui una spinta più ampia, maggiormente consapevole. Si avvicina alla fotografia per caso e viene convinto per quella direzione prima dalla moglie, poi dal suocero. La sua passione non bastava? No, occorreva tempo perché maturasse la consapevolezza: per la scelta, forse; ma soprattutto nei confronti del proprio processo creativo. Se è l’istinto del momento a farlo scattare, il nostro dedica al momento tutto il tempo di una ricerca lontana, antica, forse faticosa. Per anni ha aspettato, girando l’Abruzzo in lungo e in largo; per anni ha cercato di capire, comporre, tradurre, raccontare; per anni ha voluto mettersi alla prova. Moglie e suocero hanno solo guardato un’energia che passava, ormai troppo veloce, immensa, preparata. Andrea aveva domato l’istinto, rendendolo utile, meno imprevedibile. Oggi può abbandonarsi ad esso sapendo dove andrà e perché. L’istinto è diventato consapevole; e qui sta il merito.

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D] Quando hai iniziato a fotografare e perché?

R] Per gioco. Otto anni addietro, poco prima della nascita di mio figlio, casualmente trovai una PETRI di mio padre. Gli ho chiesto come funzionasse e lui mi ha risposto: “Prendila e fanne ciò che vuoi”. Subito dopo presi in considerazione la fotografia come attività personale. Quel figlio che aspettavo era appena nato. A dire il vero, fu mia moglie a spingermi in quella direzione. Io venivo dall’informatica: ero grafico programmatore.

D] È stata passione?

R] Diciamo che è subentrata pian piano. All’inizio ero impegnato a capire il funzionamento della fotocamera, a comprendere i particolari tecnici. Ogni giorno sperimentavo quanto avevo imparato, verificando i miei progressi. In un secondo tempo, è iniziata la fase interpretativa: dove iniziavo a “sentire” le mie immagini. In quel momento la passione ha preso vita: prima ho dovuto acquisire la padronanza del mezzo.

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D] La passione è stata importante?

R] Fondamentale, direi. Quando è nato mio figlio, ho lasciato il lavoro di grafico per dedicarmi alla vendita, come agente per l’azienda di mio suocero (mi occupavo di arredo bagno). A metà giornata, mentre i colleghi andavano a pranzo, io tiravo fuori la fotocamera (sempre con me) e vagavo alla ricerca di soggetti. Per sei anni ho ritratto l’Abruzzo (la mia area commerciale) scattando fotografie. Era la passione a spingermi, fino al giorno nel quale mio suocero mi disse: “La fotografia è il tuo futuro“. Insomma: la moglie e suo padre mi hanno spinto alla professione di fotografo.

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D] Hai avuto due persone che hanno creduto in te, quindi…

R] Direi soprattutto la moglie. Mio suocero è arrivato sei anni dopo, anche perché la fotografia non riusciva a darmi lo stipendio. Come vedi, la mia storia non è assimilabile a quella di altri. Non ho iniziato da bambino e non mi trascino una passione atavica. Ci sto credendo adesso, ecco tutto: dopo che altri mi avevano dedicato la loro fiducia.

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D] Come hai curato la tua formazione?

R] Da autodidatta. Internet si è manifestato come una grande risorsa: ogni minimo dubbio lo risolvevo là. Più le problematiche diventavano complesse, maggiormente mi divertivo. Del resto, in famiglia non avevo fotografi; e neanche nella cerchia d’amici. Diciamo che ho sempre posseduto una “sensibilità artistica”, contrariamente a tutte le persone vicine; suono il pianoforte sin da bambino e mi interesso d’arte: da sempre.

D] Hai avuto dei modelli ispiratori?

R] All’inizio, no. Come ti ho anticipato per la passione, desideravo prima impadronirmi del mezzo, della tecnica. Ero convinto di questo, non a caso dopo è sorta un’ammirazione forte per Robert Doisneau e Michael Kenna. Quest’ultimo mi ha avvicinato ulteriormente al paesaggio.

D] Stilisticamente, come ti definiresti?

R] Io sono un istintivo. Quando esco, non porto con me una “lente tuttofare”, bensì una serie di obiettivi. Penso di aver eseguito dei bei ritratti, ma nel contempo non mi sento un ritrattista in senso stretto; trovo altresì la definizione quasi riduttiva. Ho anche scattato dei bei paesaggi, però trovo difficile racchiudere il tutto in una definizione. Per farla breve, non ho un genere o uno stile che solletichi le mie preferenze. Dipende dalle atmosfere, anche quando faccio matrimoni: mi piace sintonizzarmi sulle frequenze emotive di quel momento. Vivo anche nella convinzione per la quale le mie immagini contengono un po’ di tutto, anche qualcosa di “street”.

D] Qual’è la qualità più importante che un fotografo come te deve possedere?

R] Parlo per esperienza personale: la flessibilità; l’essere cioè in grado di adattarsi alle situazioni nelle quali ci si viene a trovare. Nelle cerimonie, ad esempio (la mia attività più importante), c’è sempre qualcosa che non va per il giusto verso: il personaggio che crea problemi, la sposa che non ama farsi fotografare; per risolvere il tutto occorre una grossa capacità di adattamento, soprattutto da un punto di vista emotivo. Gli esempi potrebbero continuare: sei fuori per scattare un paesaggio e piove; che fare? Anche qui la flessibilità è una soluzione, perché magari la tua foto migliora con il brutto tempo.

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D] B/N o colore?

R] Io sono nato col nero e per tanti anni l’ho usato anche in eccesso.

D] Hai iniziato con l’analogico?

R] Sì.

D Qualche rimpianto per la pellicola?

R] Sinceramente, no. I nostalgici dello scatto “meccanico” hanno ragione: si percepiscono rumori diversi; ma la praticità e la resa del digitale sono migliori.

D] Dopo otto anni di fotografia (due di professionismo) c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Mi piacerebbe lavorare in una Venezia di notte: è un sogno che ricorre tutti i giorni. Mostre non ne ho mai fatte e nemmeno libri; per entrambi occorrerebbe un portfolio nutrito e dotato di un filo conduttore, nonché tante cose da dire. Venezia, però, è sempre lì: la sua notte mi manca.

D] La zona dove vivi ti è stata utile per la “tua” fotografia?

R] Sono diventato quello che sono grazie alla mia terra. Lavoravo come agente di commercio in Abruzzi e Molise e ho girato quelle regioni in lungo e largo. Per anni hanno rappresentato quasi il mio unico elemento fotografico. Solo recentemente sono andato un po’ più in giro.

D] Sei quindi grato alla tua terra?

R] Non potrebbe essere altrimenti.

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D] Curi personalmente il ritocco?

R] Ovvio.

D] Esegui un flusso di lavoro particolare?

R] No, anche quando tratto il matrimonio. RAW, poi Lightroom: ma ogni fotografia conserva la propria particolarità. Il flusso viene generato dalla singola immagine e da quanto desidero tirare fuori da essa. Il mio, comunque, non è definibile “ritocco”; sistemo luci e ombre. Nel B/N agisco sui canali colore.

D] Tu poi vieni dalla grafica…

R] Vero, il che mi ha aiutato.

D] Usavi tutti gli applicativi che utilizzi oggi, dico male?

R] Esattamente. L’unica fase che prima mi era sconosciuta è l’apertura del RAW; il resto risultava essere routine comune. Diciamo che oggi ho iniziato a utilizzare Photoshop da un punto di vista fotografico, mentre nel vecchio lavoro l’ambito operativo si esauriva nell’area grafica.

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D] Quale ottica prediligi?

R] Il 16 – 35 f/2,8…

D] Un ottica da reportage…

R] Vero, anche se la utilizzo pure durante i matrimoni. Non stresso le coppie con le pose:

risulto quasi invisibile.

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D] C’è una foto tra le tue alla quale sei particolarmente affezionato?

R] Bella domanda! A pensarci bene non ce ne è una in particolare, anche se mi trovo spesso a guardare i lavori del passato. Il mio approccio istintivo mi ha fatto scattare quanto in quel momento era importante. Dietro i miei lavori non ci sono né storie, tantomeno aneddoti da ricordare (e raccontare).

D] Come si compone il tuo parco ottiche?

R] 16–35 ƒ/2,8; 24–70 ƒ/2,8; 85 ƒ/1,8; 70–200 ƒ/4 stabilizzato. Possiedo una Lens Baby, in

attesa di una lente “TS”.

D] Su quale corpo monti le ottiche?

R] Due EOS 5D Mark II.

D] Il tuo approccio istintivo quale scatto ti fa desiderare per domani?

R] Non so neanche dove mi troverò, domani.

D] Hai operato in Camera Oscura?

R] No, mai: non ne so nulla.

D] Ho visto alcune tue immagini dedicate ai luoghi abbandonati, cosa rappresentano per te?

R] Quando li ho ritratti erano un’occasione per evadere un po’, magari visitando quei luoghi in compagnia. In quei posti non puoi certo recarti da solo, così nasceva anche l’occasione per un confronto con altri che fossero di fronte al medesimo soggetto.

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D] Tra le tue immagini emerge anche il mare…

R] Sì, con tutte le sensazione che riesce a restituirmi: soprattutto quelle invernali (d’estate mi

piace un po’ meno). Il mare rimane comunque un mio tema ricorrente.

D] In quelle immagini c’è tanta solitudine…

R] Anche nel momento dello scatto. Uscire in gruppo è bello, pure divertente; se però desideri

qualcosa in più, devi vagare da solo.

D] E poi vedo tanto B/N, tanto grandangolo…

R] Se sono conosciuto dal pubblico lo debbo a questo tipo di immagini: B/N contrastato e uso

di lenti a visuale ampia. E’ la fotografia che all’inizio mi ha attratto di più.

D] C’è, sempre nel tuo sito, una sezione con una festa religiosa animata da serpenti…

R] A Cocullo (un paese a 100 Km da Pescara) si tiene la Festa di San Domenico, protettore dagli animali velenosi e rabbiosi ed anche dal mal di denti. I serpenti vengono portati in giro per la città, dopo essere stati scovati dai “serpari”, durante il letargo. Dopo la Messa solenne, vengono riversi sulla statua del Santo e, a seconda di come si dispongono, si potrà prevedere un futuro più o meno benevolo. Si tratta ovviamente di un rito tra il sacro ed il profano.

D] Quando si tiene questa festa?

R] Da quest’anno il primo Maggio; gli anni scorsi la si teneva il primo giovedì del mese.

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D] Ho visto, sempre tra le tue, anche delle immagini di liutai…

R] Qualche tempo addietro vidi una pubblicità per un catalogo di abbigliamento. Vi erano delle sagome di violoncello in penombra, con in mezzo una modella ad animare lo scenario. Mi dissi: “Vorrei scattare una foto in questa maniera”; così mi misi alla ricerca di liutai. Ne trovai uno che costruiva “Liuti” e nacque un’amicizia. Ogni settimana mi recavo da lui, alternando chiacchiere a foto. L’interesse cresceva.

D] I liutai sono personaggi straordinari…

R] Lui era un artigiano che, senza strumenti elettrici, dava vita al legno. Ne ho conosciuti anche altri, accorgendomi però che Bruno Montagna (il mio amico) era tra i più famosi (in Giappone, particolarmente). Un dato importante: ho conosciuto Bruno, che era dell’Aquila, durante il terremoto. Dopo si è trasferito a Teramo.

D] Una bella storia d’amicizia. Per chiudere l’intervista sullo steso tono, parliamo d’auguri: potessi fartene uno da solo, cosa ti diresti?

R] Dopo due anni di professionismo, vorrei che la fotografia diventasse l’attività della mia vita: per la mia vita!

Grazie a Andrea Cutelli per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.

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