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Andrea Nannini – Alla Ricerca dell’Uomo

Di Mosè Franchi

Da tempo ci accorgiamo come i titoli possano dire poco circa il contenuto di un’intervista. La colpa potrebbe essere nostra (scarsa fantasia?), ma buona parte della responsabilità deve essere attribuita alla fotografia. “L’arte dello scatto” è materia troppo poliedrica per poter essere circoscritta in una frase, pur riferendosi ad un singolo autore. Ciò vale anche per il professionista che conosceremo oggi, Andrea Nannini, col quale ci scusiamo da subito. Lui va alla ricerca dell’uomo? Certo, e fin qui nulla di male; ma se quello è il centro di un procedere fotografico, molteplici sono le direzioni nelle quali si sviluppa il suo linguaggio fotografico. Per un rapporto umano centripeto, ecco tante vie centrifughe: fatte di emozioni, sentimenti, elementi di riconoscimento per il futuro. Non solo, “l’uomo di Nannini” non si distingue unicamente per il lavoro di risulta, ma percorre anche vie differenti: che poi vivono nei comportamenti, nelle circostanze, tra le sfaccettature di un’esistenza intera e collettiva. Tra le foto troviamo gesti e sguardi, istanti e momenti di ognuno di noi: questo in un’umanità che è di tutti, o che tale potrebbe essere. Ecco, sì: quell’uomo non è teorico, e neanche pratico; forse risulta semplicemente riconoscibile. Ma in lui possiamo immedesimarci: oggi, ieri, domani; per una storia infinita che è nostra nel momento in cui la vogliamo percorrere. Tutto ciò è alla base del racconto, che Andrea ci rende rapidamente fruibile: per restituisce vivibile o anche solo ipotizzabile. Di base c’è la storia, la nostra: la stessa che alle volte poniamo ai margini della vita, quasi con ostinazione. Ma essa stessa è lì, pronta per noi: nel momento in cui decidessimo di accorciare la strada tra i sentimenti e il divenire, tra quanto agogniamo e ciò che siamo realmente. “Alla ricerca dell’uomo e della sua storia”, così potevamo iniziare; ma ce ne siamo accorti solo adesso, dopo tanto scrivere e pensare. L’autore non ce ne voglia.

Lo ringraziamo da subito per il tempo e le immagini che ci ha dedicato.

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D] Andrea, quando hai iniziato a fotografare? E perché?

R] Professionalmente nel 1976. Lavoravo e studiavo in Svizzera, allora. Ricordo le ore in officina e la fotografia che prendeva sempre più piede tra i miei desideri. Un giorno sono stato coinvolto nell’incidente più spettacolare (e fortunatamente incruento) della nazione dei cantoni: prese fuoco un distributore di benzina. Capii che era più bello scattare per lavoro, che non farlo per divertimento.

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D] Una parte della vita in Svizzera, quindi: e dopo?

R] L’Italia, con la partita IVA che da una svolta alla mia vita: era il 2 Aprile del 1983.

D] E’ stata passione?

R] Assolutamente sì: quella è stata la molla. Il legame con la macchina fotografica è diventato sempre più solido, fino a trasformarla in un’appendice del mio braccio.

D] La passione è stata importante?

R] Non poteva essere diversamente, anche per via della coerenza con gli studi. Ma tutto è nato con me, e dentro di me; evidentemente la fotografia era già scritta nel mio DNA.

D] Come hai curato la tua formazione?

R] Essenzialmente libri, workshop e stage; e poi l’ammirazione per i grandi: Horwat, Toscani, Gastel. Per finire, corsi di vario genere: dalla ripresa, a Photoshop. Ho “succhiato le ruote” a tanti collegi autorevoli, ecco tutto. Per quanto riguarda le cerimonie, sono stato assistente di altri fotografi, per cinque anni. La domenica andavo con loro per imparare: questo fino a quando non mi sono sentito pronto ad affrontare i servizi da solo.

D] Hai avuto dei modelli ispiratori?

R] Sì, eccome. Jan Saudek, Mario De Biasi, Salgado sono autori per i quali ho nutrito un’ammirazione importante, che vive tutt’oggi. Tra gli italiani posso citarti Giovanni Gastel, per via dell’uso della luce. Il più bravo di tutti rimane comunque Stanley Kubrick, che con Barry Lindon ci ha fatto capire cos’è la fotografia; lui e Luchino Visconti sono i registi cinematografici che hanno trattato la luce con maggiore maestria.

D] Altri?

R] Oliviero Toscani, per la sua energia. È comunque un fotografo che va visto.

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D] Stilisticamente, come ti definiresti?

R] Sono un fotografo di reportage. Credo di riuscire a dare il meglio di me nelle situazioni difficili (vedi incidente ferroviario di Viareggio o i terremoti). Ho lavorato tanto nelle vetrerie, persino con delle illuminazioni complesse; anche in quelle circostanze, però, cercavo l’uomo, le persone. Il rapporto umano per me risulta sostanziale, e in fotografia va tenuto vivo. Tutto ciò vale anche per il matrimonio: dove devi far sì che emergano i sentimenti, affinché possano essere riconoscibili anni dopo l’evento. Lo scatto “da cerimonia” deve descrivere l’emozione, non l’accaduto.

D] Qual’è la qualità più importante per un fotografo come te?

R] Sensibilità e trasparenza. Occorre essere invisibili, per non inquinare i momenti; per il resto, bisogna sentire quando la “grande foto” sta arrivando. E’ l’emozione del momento a suggerirlo, persino mezzo minuto prima; e tu devi essere lì, pronto: col diaframma giusto e la luce ideale. Io sono stato abituato a lavorare da lontano e, durante i matrimoni, con il 6X6 utilizzavo il 135 o il 250 mm. Per le firme mi avvicinavo di più, tirando fuori il classico 80 mm; ma si trattava di foto utili a “cucire” la narrazione, per costruire il racconto. Scattare un matrimonio è come scrivere un romanzo narrativo tradizionale: ci sono le fasi descrittive che ti portano all’emozione, ma piano piano.

D] B/N o colore?

R] È indifferente: la scelta dipende dai soggetti. È come vestire una tuta per tagliare l’erba o indossare giacca e cravatta per una cerimonia: “l’abbigliamento” dipende dall’immagine che hai davanti. Bianco – nero e colore sono due strumenti al pari delle altre attrezzature. A tale proposito, non c’è differenza tra una fotocamera 135 mm, una 6X6 o un Banco Ottico: ogni oggetto ha una sua funzione, che va incontro a necessità specifiche. Del resto, la fotografia rappresenta la forma di “comunicazione non verbale” maggiormente evoluta: ciò che conta è quanto si ha in testa; il resto (strumenti compresi) è una conseguenza.

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D] Dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Sì, ma penso che riuscirò a ultimarlo entro un anno. Il progetto è legato al terremoto dell’Aquila e tratta del racconto della città attraverso lo sguardo dei volontari. Quest’ultimi, in tutte le calamità, rappresentano sempre la compagine meno visibile: pur essendo straordinariamente utili. Non intervengono solo nella fasi di soccorso, ma anche nel dare conforto alle persone più sfortunate. I loro occhi vanno al cuore prima della parola e da lì è partito il mio disegno fotografico.

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D] Andrea, tu sei Toscano di nascita?

R] Sì, nasco a Pistoia; dopo mi sono trasferito prima a Basilea, poi a Parigi. Alcuni anni più tardi, sono rincasato: nonostante le tante opportunità incontrate all’estero, anche a livello umano. Basilea, ad esempio, è la città più evoluta e civile del mondo.

D] La tua terra ti ha offerto qualcosa fotograficamente?

R] Io vivo in mezzo al bosco e già la nebbia sotto i piedi rappresenta un elemento di entusiasmo. Vedo delle cose belle tutti i giorni, anche se l’elemento distintivo toscano è più culturale che estetico. Resta il senso della composizione, che ti viene infuso da ciò che vedi. Il paesaggio toscano è pervaso dall’armonia, dall’equilibrio: sale, scende, si rialza, declina. I pittori locali lo avevano capito e penso che tanta “melodia di spazi” abbia contagiato anche me.

D] Mai fatto mostre?

R] Sì, ne ho fatte; ma ho iniziato tardi, perché non sono figlio della cultura della visibilità. Da cinque – sei anni a questa parte mi sono trovato a organizzarne tante. La prima, del 1987, era legata ai campi profughi in Sud Africa. Ricordo ancora oggi le donne e il loro lavoro di tessitura. Quella mostra ebbe successo. Quella di Viareggio (relativa al noto incidente ferroviario) ha contato centocinquantamila visitatori. Ne sono anche scaturite molteplici interviste, su media differenti. Le immagini le ho regalate ai familiari delle vittime. Per ultima, ecco quella di “Porretta Città della Fotografia”: una ricerca condotta a più mani, ma che si incentrava sulla quotidianità della gente del posto, sulle loro attività lavorative. Condivisione e fotografia sono andate di pari passo alla ricerca della dignità, del valore di una comunità. Che dire? Un’esperienza semplice ma altamente significativa.

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Dalla mostra “Porretta Città della Fotografia”


D] Tu hai iniziato con l’analogico?

R] Sì, ricordo le AE1 (la prima comperata a Basilea) e la F1. Allora si usavano due corpi, con altrettante pellicole: bianco e nero, da un lato; colore, dall’altro. Col piccolo formato ho sempre usato Canon, ma ho avuto anche Hasselblad e Sinar (fino al 20X25, per il lavoro industriale).

D] Tante apparecchiature per altrettanti utilizzi, dico male?

R] Beh, sì. C’è stata la fase dell’editoria, con l’acqua come tema dominante. Ricordo poi le concerie, la cartiere: con le vie fluviali per il trasporto dei prodotti trasformati. E’ venuto anche il periodo dei treni (ne ho fotografati tantissimi), con i lavori commissionati dalla Breda (l’industria ferroviaria di Pistoia, n.d.r.) …

D] Insomma, hai potuto dedicare il tuo sguardo a tanti soggetti …

R] Certo. A proposito, un progetto che vorrei portare a termine è quello inerente al “Popolo delle Fermate”. Da tempo ritraggo delle persone che aspettano i mezzi pubblici: al capolinea dei bus, in stazione, persino all’aeroporto: Si tratta di un racconto che si può chiudere con difficoltà, anche se risulta estremamente affascinante. Alle fermate trovi un mondo: i fidanzatini che si baciano (o litigano), le madri che salutano, gli studenti, gli uomini d’affari, i tanti che dormono sulle panchine, la gente che discute. Per adesso ho un centinaio di scatti buoni. Vedremo.

D] Eravamo partiti dall’analogico: nutri qualche rimpianto per la pellicola?

R] No, perché continuo ad usarla. Ci sono dei lavori che porto a termine in pellicola. In pratica possiedo tutte le apparecchiature che ti ho descritto prima: i corpi Canon, le Hasselblad, i Banchi Ottici. Se dovessi ritrarre un pupazzo per descriverne la morbidezza, opterei per l’analogico. Il digitale ha le sue caratteristiche, ed anche dei vantaggi indiscutibili; ma il “secondo piano” della pellicola, la sua matericità e il suo potere descrittivo sono insuperabili. Questo per dirti che a certi soggetti DEVE essere dato il negativo. Ma il mondo cambia, sempre più velocemente: la gente va da Mc Donald e non al ristorante. La storia (quella che ci appartiene) ha preso un’altra direzione: dove c’è molto di più che non la differenza tra digitale e analogico.

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D] Curi personalmente il ritocco?

R] No, in assoluto; nella mia azienda lavora una persona che si occupa solo di quello. Io so operare in Photoshop, ne possiedo le basi; ma il più delle volte non me ne occupo.

D] Quale ottica preferisci?

R] Il 70–200 ƒ/2,8: ti permette tutto, da lontano o vicino; la sua sfocatura è fantastica. Il 50% dei lavori li porto a termine con quell’ottica e la EOS 5D Mark II. Per il reportage preferisco la EOS 1D Mark In.

D] C’è, tra le tue, un’immagine alla quale sei particolarmente affezionato?

R] Ce ne è più d’una. Nel deserto ho fotografato dei bambini che giocano in controluce: a quell’immagine sono molto legato; alla stessa stregua del ritratto di una donna anziana, ripreso nello stesso ambiente. Tra le immagini preferite c’è anche un paesaggio colto vicino casa: questo per dire che un po’ tutte le immagini scattate possono essere percepite intimamente come figli propri.

D] Preferisci scattare in studio o fuori?

R] Non te lo so dire: non ho preferenze. Mi piacciono entrambi gli ambiti.

D] Potessi scegliere, che foto scatteresti domani?

R] Certamente la più bella della carriera! Scherzi a parte, è difficile rispondere. Mi viene in mente Steve McCurry o un ritratto che infonda speranza per il futuro, persino una fotografia che ci aiuti ad essere maggiormente determinati. Ma poi, no: vorrei ritrarre un treno a vapore, simbolo di forza e libertà.

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Dalla mostra “Porretta Città della Fotografia”


D] Se ti chiedessi di farti un augurio fotografico da solo, cosa ti diresti?

R] Di continuare a lavorare da fotografo per altri cinquant’anni, trovando tutte le opportunità del caso. Non vorrei perdere la voglia, anche se credo che questo non potrà capitare mai. Da me, in famiglia, si respira fotografia tutti i giorni: mia figlia studia nel settore ed anche mia moglie opera nel medesimo ambito. E poi cosa c’è di più bello del fotografare? Cosa c’è di più divertente? Chiaro: non bisogna dimenticare di migliorarsi. La crescita deve rappresentare sempre il pane quotidiano.

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Dalla mostra “Porretta Città della Fotografia”


Grazie ad Andrea Nannini per le immagini e il tempo che ci ha voluto dedicare.

Gallery:

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Dalla mostra “Porretta Città della Fotografia”


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Storia di un Cane. Sotto le macerie vi sono i suoi padroni. Non voleva andarsene e per convincerlo ci è voluto tanto tempo. Il paese era Castelnuovo di San Pio alle Camere. Lo hanno adottato dei volontari di Castelnuovo Garfagnana. Un segno del destino?