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Andrea Pistolesi

di Dino del Vescovo

Alcune interviste seguono una scaletta di domande ben definita, altre si modificano cammin facendo. Gli argomenti su cui discutere, di cui chiedere, sono talvolta dei “fuoriprogramma” ma non per questo meno interessanti di quelli pensati, ponderati, previsti come da copione. L’intervista che segue si è fatta quasi “a braccio” e fa il punto della situazione con uno dei fotografi geografici e di viaggio più noti allo scenario internazionale, Andrea Pistolesi. Si parla quindi di fotografia, ma anche dei profondi cambiamenti che hanno interessato il mondo negli ultimi due decenni, della radicale trasformazione del mercato e delle difficoltà che un fotografo di reportage, per quanto padrone dei suoi mezzi, oggi ha nel rapportarsi con i vari committenti, come i giornali e le TV. Andrea è uno che ha viaggiato e viaggia in lungo e in largo, che conosce bene il mestiere, che sa meglio di tanti altri dove e in che modo un giovane fotografo, intenzionato a intraprendere la carriera del reportagista di viaggio, deve cercare le giuste motivazioni.

Fiorentino di nascita, trascorre ogni anno sei mesi della sua vita a Bangkok, dove lavora e osserva il mondo asiatico. Ha inventato e reso disponibile PadPlaces, un’applicazione per iPad scaricabile gratuitamente dal sito iTunes, grazie alla quale è possibile eseguire il download delle sue storie fotografiche, da visualizzare come slideshow o come singole immagini con didascalia. Alcune, a mo’ di esempio, sono gratuite, altre si acquistano alla cifra simbolica di circa un euro. La filosofia è la stessa che ha animato alcuni editori di giornali: discostarsi dal web gratis sempre e comunque, attribuendo al valore economico dei contenuti e delle immagini vendute, l’effettiva qualità. L’edizione 2011 di Pisa per la Fotografia, ha deciso di premiare un suo servizio.

D] Buongiorno Andrea, viaggi da 35 anni e fotografi da circa 25. Trovi che il mondo nel frattempo sia cambiato?

R] Senza dubbio. Il mondo è cambiato radicalmente e la velocità con cui si è prodotto questo cambiamento negli ultimi vent’anni, con molta probabilità, non ha precedenti nella storia. Si è passati da una società divisa in etnie a una sempre più globale. La trasformazione prosegue senza sosta malgrado i tentativi di arrestarla compiuti da parte di pochi illusi. Ti faccio un esempio: sono stato in Guatemala per la prima volta nel 1986, la seconda nel 1997, soltanto dieci anni dopo. Bene, in occasione della prima visita il 95% degli abitanti del luogo vestiva in abiti tradizionali, nella seconda soltanto un 5%.

D] Il cambiamento in atto è in peggio oppure in meglio?

R] Vedi, la cosa ha degli aspetti positivi e altri negativi. Dal punto di vista del fotografo di viaggio, le possibilità si sono ridotte drasticamente: cercare di fotografare le tradizioni, gli elementi culturali che un tempo caratterizzavano un’etnia rispetto a un’altra, è un’impresa quasi impossibile. Non ha più senso, quindi, andare a raccontare la diversità del mondo come si faceva vent’anni fa. Dal punto di vista sociale, invece, qualche vantaggio la globalizzazione l’ha portato.

D] Come si pone la fotografia di viaggio di fronte a questa realtà?

R] Oggi la fotografia di viaggio deve reinventarsi, ritrovare una motivazione, una ragione di esistere. E non solo per i cambiamenti di cui ho appena accennato. O si raccontano in modo didascalico e professionale gli aspetti turistici di un luogo, anche in termini di ricettività alberghiera, o si sconfina nella descrizione di qualcosa che è diventato “museale”, e in questo caso con scarsissimo interesse. Oggi ci si rivolge più agli aspetti sociologici che a quelli antropologici dei luoghi visitati.

D] E tutto ciò ti scoraggia? Quale è la reazione dei fotografi?

R] Beh, se si pensa di poter continuare a fare questo mestiere alla vecchia maniera… allora sì. Basta pensare che dalle circa venti testate di viaggio che nelle edicole italiane si trovavano fino a qualche anno fa, si è passati alle attuali quattro, forse cinque riviste, e per di più con diffusione molto limitata. Ciò significa che il mercato non esiste più. L’editoria di viaggio è quasi scomparsa.

Tuttavia mi meraviglia l’atteggiamento di rifiuto che assumono alcuni colleghi e fotografi intenzionati a intraprendere questo percorso professionale, nell’accettare una simile realtà. Sai, sono proprio le cose più ovvie molto spesso a sfuggire. Me ne rendo conto durante i miei workshop, quando gli allievi tendono a considerare attuali aspetti del nostro lavoro ormai del tutto superati.

Dobbiamo convincerci che andare a raccontare come sono fatti i mondi lontani non ha più molto senso. Lo ha avuto fino a quando a viaggiare erano in pochi. Già nei primi anni ’90 il turismo è esploso e certi luoghi, considerati fino a quel momento inaccessibili e da sogno, sono stati meta di un turismo quasi di massa. La Nuova Zelanda è un esempio. Oggi in molti, piuttosto che acquistare un giornale di viaggio per documentarsi sulle bellezze del luogo, preferiscono recarvisi di persona e trasformare il sogno in realtà. Ti dirò di più: molti turisti scattano fotografie non solo per soddisfare le proprie esigenze, ma anche per piazzarle sul mercato. Capisci quanto il nostro ruolo ne risenta e come i compensi che i committenti riservano a chi di fotografia deve vivere, risultino sempre meno adeguati?

D] Ma non c’è differenza fra il servizio fotografico realizzato da un fotografo professionista e quello di un turismo appassionato?

R] Certo che c’è differenza, ma il problema non è questo. Il professionista riuscirà sempre a garantire al committente il risultato migliore, qualunque siano le condizioni e in linea con le sue specifiche esigenze. Il turista appassionato può al massimo scattare belle fotografie e provare a venderle, talvolta riuscendoci. Il problema vero è che non esiste più un committente e che si ragiona sempre di più in termini di stock. Diversi gruppi editoriali hanno ormai accesso ad archivi di fama internazionale pagando un tot all’anno che, ridistribuito sulla singola immagine acquistata, si traduce in un valore che spesso è inferiore a un euro. Capisci che in questo scenario non è tanto il signor Rossi capitato per caso in Calabria a creare problemi, quanto l’assenza di committenti disposti a pagare le immagini in modo adeguato. È un problema oggettivo di mercato, di un mercato completamente destrutturato dalle agenzie. Chi pensa il contrario non ha una visione professionale della situazione.

D] Sei Nikonista da sempre?

R] Lo sono dai primissimi anni ’90. Prima scattavo con macchine Olympus, una casa che oggi si è fermata al mercato prosumer, non riservando modelli a chi invece necessità di corpi macchina di altissimo livello.

D] Quanto è difficile raccontare una storia attraverso le immagini?

R] Dunque, la difficoltà non sta nel raccontare la storia attraverso una serie di immagini, almeno per un professionista. Un fotografo sa quando e dove deve scattare. La grande difficoltà sta nell’individuare una storia in grado di suscitare interesse in chi poi andrà a leggere l’articolo che ne deriva e ad osservare le foto a corredo o viceversa. La soluzione è spesso ignota tanto al fotografo quanto ai giornali che commissionano i lavori. Questi, spesso, non sanno cosa vogliono e non è un caso che molti editori deleghino la responsabilità di trovare storie interessanti direttamente ai fotografi o ai propri collaboratori.

D] Ti è mai capitato di non essere soddisfatto del tuo lavoro?

R] Personalmente ho avuto la fortuna di avere la gran parte dei miei lavori commissionati, per cui raramente mi sono posto il problema di trovare un storia interessante. Detto questo, alcuni lavori vengono bene, altri sono sufficienti. Sinceramente non mi è mai capitato di aver prodotto un lavoro di qualità insufficiente. Forse è anche per questo che sono qui (sorride, ndg)!

D] Per fare un buon lavoro, cosa deve conoscere alla perfezione un fotografo di reportage?

R] Il reportagista deve conoscere in modo approfondito la materia e il soggetto che andrà a fotografare oltre che possedere la capacità di “correggere il tiro”. Nella gran parte dei casi, ciò che si incontra sul terreno non corrisponde perfettamente a quelle che erano le attese. Solo in questo modo si può ottenere il meglio da ciò che esiste e non da quello che si vuole creare.

Aggiungo inoltre che uno degli errori più diffusi nella fotografia di viaggio, ma direi nella fotografia in generale, è credere di aver centrato l’obiettivo semplicemente se si torna da un viaggio e si hanno in macchina fotografie belle in assoluto. È importante che queste descrivano una storia, che abbiano dentro dei particolari.

D] Riesci a viaggiare per puro piacere lasciando la macchina fotografica a casa?

R] Se viaggio no, se vado in vacanza sì. C’è una bella differenza fra viaggio e vacanza.

D] E quando ti senti in vacanza?

R] Quando sono su un’isola greca, fuori stagione.

D] Cosa pensi del bianco e nero? Se ne fa un uso corretto?

R] Il bianco e nero di oggi è un effetto come un altro, visto che si scatta a colori e poi in post-produzione si trasforma in bianco e nero. Spesso è un modo “ruffiano” per rendere interessanti soggetti che altrimenti non lo sarebbero. Tuttavia, quando ben fatto, dà più forza alle situazioni, dando maggiormente risalto a queste e non alle atmosfere. Personalmente ritengo che un fotografo possa fare quello che vuole delle sue immagini.

D] Perché con il reportage si mettono in risalto soprattutto i “tarli” e non i pregi della realtà sociale in cui siamo immersi?

R] Perché se si suscita compassione, la fotografia ha già ottenuto il suo successo, ancor prima che si valutino gli aspetti tecnici o di altro genere. Le scene cruente, crude… concedimi l’espressione… io lo chiamo il reportage “della sfiga”… fanno presa più delle altre. E c’è un intero esercito di fotogiornalisti che basano la loro attività su questo stratagemma. Fatta eccezione per quei pochi che non potrebbero fotografare altrimenti e che hanno buone motivazioni per farlo, gli altri puntano sul sangue o sul disagio con il fine di rafforzare il significato e il soggetto ritratto nelle loro immagini. Non sempre, però, sono d’accordo con questo modo di fare.

D] L’obiettivo Nikkor di cui non potresti fare a meno?

R] L’AF-S Nikkor 24-70mm ƒ/2.8G ED per l’escursione focale che copre il 90% circa delle situazioni di chi fa fotografia di viaggio. Ultimamente però sto utilizzando parecchio anche gli altri zoom Nikon. Se però devo citarti l’obiettivo che amo di più in assoluto, allora ti dico l’AF-S Nikkor 24mm ƒ/1.4G ED, per la definizione delle immagini e per la luminosità.

D] Con quale corpo macchina stai lavorando?

R] Utilizzo al momento due corpi: la D3s e la D3x. Prediligo la seconda quando le condizioni di luce non sono troppo critiche e voglio puntare sulla definizione delle immagini. Con i paesaggi per esempio. In tutti gli altri casi uso la D3s che mi permette di far fronte, aumentando la sensibilità ISO del sensore, anche a condizioni di illuminazione molto critiche. Poi mi consente di riprendere ottimi filmati ampliando notevolmente le possibilità creative.

D] Il viaggio più lungo mai compiuto? Cosa significa restare lontani da casa tanto tempo?

R] Occorre fare una premessa: chi vuole fare il fotografo di viaggio deve automaticamente rinunciare alla famiglia. Meglio tagliare da subito la testa al toro! Non tanto per i lunghi periodi di assenza, quanto per l’irregolarità della vita e dei propri spostamenti che, quasi sempre, dipendono da altri. È una questione di scelte. Quanto ai miei viaggi, ne ho fatti di lunghi come i tre mesi trascorsi per giungere, a bordo di mezzi locali, da Panama ai confini degli Stati Uniti. Considera inoltre che ogni anno vivo per sei mesi a Bangkok.

D] Hai mai pensato di dedicarti ad altri tipi di fotografia? Tipo lo Still Life?

R] No, perché non sono un fotografo che viaggia, ma un viaggiatore che fotografa. Per me quindi la priorità è viaggiare.

D] Consiglieresti a un giovane fotografo di cimentarsi con il reportage geografico e di viaggio? Quale suggerimento gli daresti?

R] Questa è una domanda molto difficile. Se un giovane ha delle idee interessanti da proporre in forma fotografica, assolutamente sì. Se, al contrario, ha un generico approccio alla fotografia e vuole sfruttarlo per girare il mondo, come avviene nel 99,99% dei casi, allora assolutamente no.

In tutti e due i casi, comunque, è importante che l’approccio alla professione avvenga in modo diverso rispetto a come avveniva vent’anni fa. Questo perché quel tipo di fotografia di viaggio non esiste più. Cioè… non esiste più quel mercato. Occorrono idee nuove ed approcci nuovi!

D] Quale suggerimento per chi inizia?

R] Di fare qualunque cosa lo faccia star bene.

D] Hai vissuto, durante i tuoi viaggi, esperienze che ti hanno segnato? Hai mai avuto paura?

R] Le esperienze che mi hanno segnato sono state per fortuna frequentissime. Direi che questo è l’aspetto più avvincente del mio lavoro. Paura? Un paio di volte. L’anno scorso, in particolare, ho seguito la rivoluzione a Bangkok e mi sono trovato sotto il fuoco vero. A quel punto mi sono chiesto perché ero lì. È una stupidata cacciarsi in situazioni in cui si ha paura. Lo stesso errore, talvolta, può portarti a sbagliare una foto oppure a trovarti in situazioni critiche. Meglio pensarci prima.

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