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Benedetto Macca – Il paesaggio come visione interiore

di Mosè Franchi

Il paesaggio è il tema di Benedetto Macca. Ce lo propone con entusiasmo e frenesia (quest’ultimo termine è il suo), a sottolineare come la fotografia sia in realtà una disciplina: da portare avanti con costanza e determinazione. I suoi scatti sono equilibrati, formalmente accattivanti; ma racchiudono anche quella “forza” che scaturisce dalla presa di coscienza dell’ordine delle cose. “Il paesaggio”, ci dice Macca, “non è un teatro disordinato di oggetti e soggetti”. “Occorre saperlo osservare”, continua, “e catturare ciò che corrisponde alla nostra visione interiore”. Siamo convinti di questo, ma rimaniamo affascinati dai risultati che ci propone. I lavori sono quasi tutti in B/W, di formato quadrato (nonostante l’uso di un full frame digitale), con dietro tante giornate tra vento, sole, pioggia, osservazione. Belle le composizioni, suggestive le prospettive: vien voglia di esserci in quelle profondità, forse per cogliere quella forza invisibile che adesso possiamo quasi toccare. Grazie a Benedetto Macca: per il tempo dedicato e le immagini suggestive.

© Bendetto Macca

Dalla mostra “Le case del Po”. Canon EOS 1Ds Mark II, esposizione a priorità di diaframmi, 1/250 sec. ƒ/8 24 mm.


D] Benedetto: quando hai iniziato a fotografare? E perché? Quale ne è stata la molla?

R] Ho iniziato a scattare negli anni ’80, a 32 anni. Prima di allora non avevo mai preso una fotocamera in mano. Ho comprato una Praktica e da allora la fotografia è diventata passione.

D] Quale è stato il fattore scatenante?

R] A dire il vero, l’idea di fare fotografia l’avevo sin da ragazzo. Ho tardato ad iniziare quasi per ripicca nei confronti di mio padre: collezionista e geloso delle sue macchine fotografiche. Non mi permetteva di toccarle, così, da ribelle quale ero, ho tentato di allontanare ogni contatto con l’immagine scattata. A trent’anni mi son detto: “Quasi, quasi …”; e sono partito.

D] Papà era collezionista ed anche fotografo?

R] Sì, ma operava in ambito familiare. Del resto, a quei tempi non si poteva scattare “a mitraglia”. Di macchine, comunque, ne ha messe insieme parecchie, tipicamente Zeiss, Leica, Rollei: tutta roba anteguerra.

D] Però ti ha lasciato delle belle foto…

R] Dei bei ricordi. Le ho riviste tempo addietro e debbo dire che sono molto evocative…

D] Di cosa?

R] Della mia infanzia, della giovinezza lontana, di quegli anni ’60 che adesso sembrano lontani anni luce.

© Benedetto Macca

Dalla mostra “Le case del Po”. Canon EOS 1Ds Mark II, esposizione a priorità di diaframmi, 1/1250 sec. ƒ/8 20 mm.


D] Tuo padre ti ha influenzato?

R] Per canali sommersi, forse sì; e probabilmente ho affrontato certi generi quasi per contrapposizione. Per fare paesaggio, così come lo interpreto io, ci vuole molto impegno e la fatica si fa sentire. Un giorno è caldo ed in un altro geli dal freddo; poi c’è la pioggia, il vento e l’umidità: per uno scatto che, intrinsecamente, vive di casualità. Giri per ore e, all’improvviso, trovi ciò che cercavi. Sappi che i posti che frequento non sono così deserti come sembrano. Le dune del Po, ad esempio, sono frequentatissime. Evidentemente riesco a ritagliarmi i miei spazi, anche perché amo quei luoghi. Forse è per questo che non sogno i paesi esotici.

D] Hai iniziato come paesaggista? Già a 32 anni?

R] Direi di sì. I primi soggetti li ho colti in Camargue. Facevo diapositive, allora; ma dopo un anno e mezzo sono passato al B/W ed è stata la rivoluzione. Mi sono costruito in casa una Camera Oscura, poi trasferita nel garage di papà. Non contento, ho affittato l’appartamento sotto al mio per avere degli spazi più ampi. L‘ultimo step è stato quello di cambiare casa ed arredare una stanza per il trattamento dei materiali sensibili e per la stampa. Avevo una parete per le vasche lunga 5 metri. Col digitale tutto questo è diventato un ricordo. Nel 2002 acquistavo uno scanner e nel 2005 mi sono attrezzato con un’EOS 1Ds Mark II.

© Benedetto Macca

Dalla mostra “Il Colore della Luce”


D] Un tempo il B/W permetteva di risparmiare…

R] Vero e forse, all’inizio, mi è stato utile per questo; ma da subito ne sono rimasto affascinato, per la potenza che era in grado di esprimere. Io non vedo a colori, ma ne uso a migliaia (forse i milioni).

D] Quale è la qualità che il fotografo paesaggista deve avere per forza?

R] La visione interiore. Lo scatto è un momento sospeso in cui vive la tua coscienza; riferito al paesaggio diventa un istante incantato, in cui si coglie più di quanto non si possa solo vedere.

D] Hai avuto dei modelli di riferimento?

R] Certamente: Adams e Weston su tutti.

© Benedetto Macca

Dalla mostra “Sicilia”


D] Dopo la Praktica?

R] Tante 35 mm, con un approdo successivo al medio formato (tipicamente 6X6): il mio preferito per molto tempo. Era bello usare una macchina fotografica di quel tipo: specchio sollevato, treppiede, 12 scatti al massimo.

D] Quand’è entrata Canon nella tua carriera?

R] Nel 2005. Era l’unica che proponesse il full frame. L’idea di possedere una fotocamera che mi costringesse a fare i calcoli per sapere quale ottica avrei usato mi faceva venire il mal di pancia!

D] Tu vendi le tue stampe, ma come ti definisci: amatore? Professionista? Dilettante evoluto? Appassionato?

R] Direi che appassionato è un aggettivo che calza perfettamente.

© Benedetto Macca

Dalla mostra “Sicilia”


D] Quanto ti impegna il paesaggio?

R] Gli scatti nascono all’interno di un girovagare, possibilmente in macchina o con un fuoristrada (come faccio adesso). Quando trovo un soggetto che mi piace, non smetto finché una voce dentro non mi dice: “basta”. In una giornata generalmente lavoro su dieci soggetti, che sviluppo nei tanti scatti che riesco a concedermi. Anche la luce deve essere particolare: direi articolata, quasi in una sinfonia. Si fotografa con gli occhi e mi rendo conto che lo sguardo è sempre quello, anche quando non ho la macchina fotografica tra le mani; in realtà tutto viene “di pancia”.

D] Il tuo stile è sempre stato quello?

R] No, oggi riesco ad integrare meglio cielo, terra ed anche le architetture che riesco a trovare.

© Benedetto Macca

Dalla mostra “Le case del Po”. Canon EOS 1Ds Mark II, esposizione a priorità di diaframmi, 1/320 sec., 100 ISO


D] Vedo dei cieli drammatici, da filtro rosso: come li ottieni?

R] Intervengo (Lightroom) sui blu e sui gialli per il cielo; sul verde per la vegetazione.

D] Perché tanto amore per il formato quadrato?

R] Credo sia un virus rimasto dall’Hasselblad. Del resto, il “quadrato” mi enfatizza il primo piano, reso potente dall’uso del Canon EF 14mm ƒ/2.8L USM. Poi c’è l’equilibrio formale, che io trovo accentuato nel “finto 6X6”.

D] Equilibrio fa un po’ rima con interiorità…

R] Vero. Io credo di possedere un punto di vista visivo che rispecchia una tranquillità interiore, che poi si rispecchia nel tentativo di mettere ordine nell’entropia della natura. E’ possibile riorganizzare il caos ed è lì che inizia la mia missione. Nel paesaggio c’è una musica che, se la sai vedere (o ascoltare), puoi tradurre in fotografia.

© Benedetto Macca

Dalla mostra “Le case del Po”. Canon EOS 1Ds Mark II, esposizione a priorità di diaframmi, 1/400 sec., ƒ/8 200 ISO. 24mm


D] Perché il Po?

R] Innanzitutto non amo la montagna: mi mette angoscia. Non basta, comunque: il Po mi offre una sensazione di grande, di immenso. Scorre come una musica. La sua sabbia è come il ventre di Venere: gli Dei lo toccano e scrivono qualcosa. Per il resto: non è mai uguale ed offre degli spunti incredibili.

D] Nelle tue foto c’è quasi un’atmosfera alla Julien Duvivier, il regista intendo…

R] No, forse direi alla Luigi Ghirri: che puoi trovare tipicamente nelle case del Po.

D] Però quelle case raccontano…

R] Il Po è energia e le mie foto sono fatte “di pancia”, come ti dicevo prima; non hanno cioè un’anima concettuale. In Italia sei quasi obbligato a fare sempre qualcosa di nuovo: se non altro per dimostrare che stai cambiando qualcosa. Io sono più orientale: sviluppo i temi. Le dune le fotograferò sempre ed è lì che troverò il mio rinnovamento. Oggi io fotografo due paesaggi: uno naturale ed un altro urbano degradato. Questo modo di operare è però frutto di un’evoluzione durata tempo. Le false connotazioni, le dissertazioni concettuali, queste ed altre cose mi hanno fatto allontanare dal clima dei concorsi. Preferisco concentrarmi nelle mostre, che di per sé rappresentano una grande fatica: per le scelte, la ritmica che si vuole applicare, il contenuto. Organizzarle vuol quasi dire fare un libro.

© Benedetto Macca

Dalla mostra “Le case del Po”. Canon EOS 1Ds Mark II, esposizione a priorità di diaframmi, 1/640 sec., ƒ/9, 200 ISO. Ob. EF 35 mm ƒ/2.

D] Quali ottiche usi?

R] EF 14mm ƒ/2.8L II USM, Canon EF 24mm ƒ/2.8, 35 mm ƒ/2, EF 50mm ƒ/1.4 USM, 85 mm (quello vecchio) e 100 macro.

D] Nessuna lunga focale…

R] Non sono capace di usarle.

D] Scatti in RAW, ovviamente…

R] Sì.

D] Scatti a colori anche per il bianco e nero, dico male?

R] Vero, ma i colori non li guardo neanche, perché traduco tutto subito in Grayscale.

D] Ritocchi i livelli?

R] Con Canon non è necessario, perché il file che ti restituisce è straordinario. Lightroom rappresenta il 90% della postproduzione; con Photoshop faccio solo il fine tuning. Dopo: maschera di contrasto, bordino nero e la foto è pronta.

© Benedetto Macca

Dalla mostra “Le case del Po”. Canon EOS 1Ds Mark II, esposizione a priorità di diaframmi, 1/80 sec., ƒ/8, 100 ISO. Ob. EF 14 mm ƒ/2.8.


D] Qualche precauzione per lo scatto?

R] Treppiede e specchio sollevato. Lo zoom lo faccio con le gambe. Alle volte uso il monopiede: mai la “mano libera”.

D] Benedetto, scatti anche in ambito privato?

R] Sì, ma continuo a fare paesaggi. Le foto ricordo non sono il mio mestiere.

D] C’è una foto di paesaggio che non hai mai scattato e che invece vorresti far tua? Lo stesso dicasi per un progetto: ne hai uno nel cassetto che non sei ancora riuscito a portare a termine?

R] Ho un progetto sull’albero, inteso come madre della vita. Ho tante foto a tema, però non ho fatto ancora nulla. Sicuramente andrò a visitare (e scattare) le faggete della Val Vestino. Circa la foto, vorrei tanto scattare sulla neve, in montagna. Altra aspirazione è poter trattare il nudo, ma con lo stesso linguaggi del paesaggio.

D] La montagna? Non ti metteva angoscia?

R] Non per andare a fotografare la neve!

© Benedetto Macca

Dalla mostra “Le case del Po”. Canon EOS 1Ds Mark II, esposizione a priorità di diaframmi, 1/640 sec., ƒ/8, 200 ISO. Ob. EF 35 mm ƒ/2


D] Nel paesaggi nasce o muore qualcosa: cosa accade nei tuoi?

R] Io non vedo il paesaggio come una pura collocazione delle cose, ma come energia: la stessa che può restituire all’immagine una sua forza propria. Tutto ciò è chiuso nel “campo” e la sua estrapolazione riflette una parte di noi.

© Benedetto Macca

Dalla mostra “Il Colore della Luce”


D] Canon ti è stata d’aiuto nella carriera?

R] Con la digitale di Canon mi si sono aperti scenari nuovi. Non uso più 6X6 o 6X9 e neanche il banco ottico. Le immagini che ottengo sono ricche di dettaglio. Il plotter, poi (iPF 6100), ha aumentato la mia espressività oltre ad avermi semplificato la vita. Non devo più agire sulle cartucce e spendere tempo nei lavaggi. Oltre a ciò i consumi sono realmente modesti.

D] Ti definiresti un interprete del fine art?

R] Sotto certi aspetti sì, perché la mia fotografia è espressiva. Se poi ti riferisci all’output, la risposta è la medesima: carta cotone, assenza di sbiancanti ottici, inchiostri pigmentati che garantiscono la durata nel tempo.

© Benedetto Macca

Dalla mostra “Po, le rive”. Canon EOS 1Ds Mark II, esposizione a priorità di diaframmi, 1/320 sec., ƒ/8, 200 ISO. Ob. EF 35mm ƒ/2.


D] Puoi farti un augurio: cosa ti dici?

R] Di essere animato sempre dalla frenesia di fare, che poi è il fuoco o il furore che hai dentro. Mi basta conservare tutto questo, anche solo per vedere: perché io scatto anche senza macchina fotografica.

Grazie a Benedetto Macca per la passione che ha messo nell’intervista. La sua disponibilità è stata tanta, anche nel proporci le immagini che vediamo.

© Benedetto Macca

© Benedetto Macca

© Benedetto Macca

© Benedetto Macca

© Benedetto Macca

© Benedetto Macca

© Benedetto Macca

© Benedetto Macca

© Benedetto Macca