CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia – Larry Fink Unbridled Curiosity e Jacopo Benassi Crack

Dal 18 luglio al 29 settembre) – due nuove mostre che si inseriscono nel nuovo format espositivo CAMERA DOPPIA: due mostre allestite in contemporanea negli spazi della galleria principale che mettono in dialogo e a confronto due autori, diversi per generazioni e formazione, ma accomunati dall’approccio al linguaggio. In questo modo gli artisti in mostra riflettono sulle sfumature e sugli utilizzi del mezzo fotografico e delle sue potenzialità di osservazione dei fenomeni che caratterizzano la società odierna.

Per il primo appuntamento di CAMERA DOPPIA, il direttore di CAMERA Walter Guadagnini ha curato la mostra antologica di Larry Fink (Brooklyn, New York, 1941), Unbridled Curiosity e il progetto di Jacopo Benassi (La Spezia, 1970) intitolato Crack.

Le mostre – entrambe prodotte da “Fotografia Europea” di Reggio Emilia – presentano diversi aspetti comuni, sia dal punto di vista tematico che da quello specificamente fotografico: gli autori, infatti, utilizzano unicamente il bianco e nero e adottano l’uso del flash per focalizzare l’attenzione sul soggetto della rappresentazione, esaltandone atmosfera, forma e contenuto.

 

Larry Fink. Unbridled Curiosity

Una sfrenata curiosità nei confronti dell’umanità e, insieme, delle immagini, della fotografia come mezzo per testimoniare la propria presenza al mondo, la propria appartenenza a una comunità. Larry Fink si aggira da oltre mezzo secolo con la sua macchina fotografica negli ambienti più diversi, dalla metropoli alla campagna, dalle palestre pugilistiche ai party hollywoodiani, dalla strada agli interni, senza mai perdere di vista il suo scopo primario, quello di creare un ponte tra le persone attraverso le immagini. Che si tratti di una manifestazione politica o di un matrimonio, di una sfilata o di un concerto,

Fink non cambia il proprio atteggiamento, la sua capacità straordinaria di essere sempre vicinissimo alla scena principale e contemporaneamente di essere come invisibile, di lasciare che l’evento, la cerimonia, il dialogo si sviluppino senza essere interrotti, né falsati, dalla presenza del fotografo. E su questa dote – che non è solo naturale, ma culturale, è l’affinarsi di una pratica operativa unita a un personale desiderio di conoscenza – si fonda lo stesso linguaggio fotografico di Fink, caratterizzato da un’estrema adesione al soggetto, un’adesione che può dare come risultato sia l’estrema partecipazione emotiva alla situazione rappresentata, sia una feroce esasperazione delle caratteristiche tragicomiche insite in determinate situazioni sociali, in particolare quelle mondane. È sempre, comunque, una questione di affettività, di dialogo che si instaura tra il fotografo e i suoi soggetti, e tra i soggetti stessi; in questa selezione, ad esempio, non è difficile riconoscere la costante presenza di gesti che uniscono i corpi (e con essi le anime).

Le mani, in particolare, assumono un ruolo decisivo: quelle di qualcuno che cinge le spalle di una donna con gesto protettivo senza volontà di possesso, quelle dell’allenatore che massaggia il pugile in un gesto quasi rituale, quelle intrecciate amorevolmente e quella solitaria, antica, che s’alza isolata a indicare e insieme proteggere. E gli occhi, che formano addirittura delle linee lungo le pareti, che si cercano o guardano in macchina, con diversissime inclinazioni: è una vera e propria elegia del contatto, fisico e sentimentale, che si dipana lungo le pareti della mostra, nel susseguirsi di immagini tanto differenti nelle situazioni e nei tempi che le hanno originate, quanto simili nelle strategie dello sguardo del fotografo.

Uno sguardo che passa indifferentemente dalle scene di gruppo ai primissimi piani, dalle riprese en plein air a luce naturale a quelle degli spazi chiusi, illuminati artificialmente, delle discoteche o delle abitazioni, dalla visione diretta, implacabile nella descrizione di ogni dettaglio della pelle, a quella sfocata, dove il particolare si perde in un insieme atmosferico, a dimostrazione non tanto della versatilità tecnica di Fink – a proprio agio in qualsiasi circostanza -, quanto della sua capacità di aderire alle situazioni, alle persone, insomma al mondo con il quale viene a contatto e col quale instaura un dialogo inesausto, che non ha mai termine perché la sovrapposizione di fotografia e vita è totale, come se si trattasse di respirare. O di suonare, con i tempi, i ritmi, le pause, le improvvisazioni; sempre, però, insieme agli altri, mai da soli.

Walter Guadagnini

 

Jacopo Benassi. Crack

Crack è il nuovo progetto fotografico dell’artista Jacopo Benassi (La Spezia, 1970), pensato appositamente per il Festival di Fotografia Europea 2019. Pochi artisti come lui negli ultimi anni si sono occupati di legami, relazioni e intimità. Ancor meno artisti hanno fatto dell’intimità, di quella vicinanza calda, talvolta scomoda, una condizione necessaria per la propria opera.

Il corpus della mostra è composto da fotografie di corpi, di sculture antiche, e di calchi in gesso. Ancora dopo molti anni rimango stupito nel notare come capiti sempre, senza eccezioni, magicamente, che gli artisti che più sembrano lontani da un’idea di tradizione, che meno ostentano un rapporto con il passato, che con maggior spensieratezza portano avanti la loro idea di arte, innovativa, rivolta al solo presente o al futuro in maniera anche volutamente scandalosa e oscena, finiscano per essere in grado di proiettare con forza una nuova e significativa luce sulle forme del passato. Questo accade probabilmente perché tutti i grandi artisti sono stati a loro volta portatori di uno spirito radicalmente nuovo e scandaloso, ed è di questo spirito che dobbiamo ricercare la continuità, non delle sue forme.

Ecco allora che ancora oggi capita che questi artisti poco accademici a un certo punto desiderino confrontarsi con lo scandalo del passato. Nelle foto di Jacopo vi è un elemento che raramente viene colto: dietro quelle immagini sporche e spietate vi è sempre una ricerca compositiva estrema, e al tempo stesso una capacità altissima di far emergere il soggetto in maniera significativamente plastica e scultorea. L’immagine nella sua formalità è per lui cruciale.

Ma in questo caso nelle sue fotografie non è presente solo la questione del rapporto tra le foto e la scultura antica e classica. Vi è anche un confronto con i fotografi che già hanno lavorato sulla relazione tra corpo e scultura. I primi che vengono alla mia mente sono Robert Mapplethorpe (ovviamente) e Nan Goldin (che proprio in questi giorni mi è causalmente tornata tra le mani).

Se è vero – come qualcuno ha detto – che l’anima sta al corpo come la fiamma sta alla candela, possiamo dire che là dove Nan Goldin guarda alla fiammella, Jacopo con le sue foto guarda alla candela. La possibile salvezza è invece vista da entrambi unicamente nell’amore e nei legami con le persone amate e amanti, l’unica condizione capace di tenere assieme i nostri pezzi.

Ed ecco poi che dove i corpi di Mapplethorpe sono fatti della liscia perfezione delle statue di marmo o di bronzo, resistenti al tempo, lucidissimi, perversamente lisci e performanti, anche quando non più giovanissimi, illuminati da una luce fredda, apollinea e olimpica, quelli di Jacopo vivono del calore del difetto, dell’errore, hanno la stessa fragilità del gesso, hanno la poesia e la consapevolezza di essere solo ombre terrene, sanno che il loro tempo su questa terra sarà brevissimo, sono esseri consapevolmente effimeri, anche quando ancora giovani.

Le statue ritratte da Jacopo sottolineano tutto questo. Sono quasi tutte in restauro, rotte, spezzate, piene di crepe anche laddove sono state rimesse assieme, così come i suoi corpi, compreso il suo che proprio durante la preparazione del progetto ha subito una “rottura”, immediatamente registrata dalla macchina fotografica. Pensiamo che le statue siano la forma di arte più abile a sconfiggere il tempo, superare le stagioni e gli anni. Ma è così solo sulla carta. Sentirle crollare nelle foto di Jacopo accentua uno degli elementi cardine della sua opera: l’entropia. Percepire il decadimento di queste sculture ci dà l’impressione che si acceleri il processo entropico dei nostri corpi, che essi crollino ancora più velocemente. Le foto sono impietose, si fermano su ogni dettaglio della nostra pelle e della nostra carne e come un microscopio ne mostrano la decadenza. Ma al tempo stesso questa materia in decadenza arde nelle sue foto, e ci fa rendere conto, come mai prima, di quanto siamo vivi. Perché questa fragilità, questa crepa, è ciò che ci parla dell’umano, è ciò che contraddistingue l’umano, ed è l’unica via perché la luce ci attraversi.

Antonio Grulli

 

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia

Via delle Rosine 18, 10123 Torino

+39.011.0881150, [email protected]

 

 

 

 

 

Post correlati