La mostra Dell’infingimento: quello che noi crediamo di sapere della fotografia ospita le opere di sedici autori, italiani e internazionali, provenienti dalla Collezione Malerba che nel corso degli anni è diventata un importante riferimento a livello nazionale in ambito fotografico.

 

L’esposizione propone i lavori di maestri quali Nobuyoshi Araki, Mino Di Vita, Lukas Einsele, Annabel Elgar, Joan Fontcuberta, Luigi Ghirri, John Hilliard, Renato Leotta, Tracey Moffatt, Yasumasa Morimura, Olivier Richon, Thomas Ruff, Hyun-Min Ryu, Alessandra Spranzi, Thomas Struth, Kazuko Wakayama, declinati nel sottile gioco tra realtà e finzione.

 

La rassegna è l’occasione per interrogarsi sulle modalità con le quali il mezzo fotografico ci rivela il mondo come appare agli occhi del fotografo anziché ai nostri occhi: è cioè un mondo passibile di verità e di inganni, di equivoci o di trucchi ottici. Giocando sulle analogie tra fotografia e teatro, tra camouflage e spettacolo, la mostra presenta alcune opere che sottendono ad artifici e mascheramenti. Nobuyoshi Araki e Hyun-Min Ryu ricorrono, per esempio, alla maschera per dissimulare il proprio aspetto; Yasumasa Morimura si immedesima invece nelle dive del cinema o nelle icone dell’arte, introducendo il visitatore nel genere del tableau vivant. È in questo ambito che Olivier Richon e Lukas Einsele si confrontano sull’idea della natura morta che sfida gli equilibri e il verismo della composizione pittorica. Alla storia dell’arte attinge anche la serie di Joan Fontcuberta, che restituisce alle figure dell’Arcimboldo la loro essenza fitomorfa.

 

Il percorso espositivo prosegue affrontando i temi del paesaggio e dell’architettura; la fugacità dello sguardo di Thomas Struth ritrae una Shangai immersa nel suo quotidiano anonimato, mentre Mino Di Vita raffigura una Venezia immobile, notturna, in tutto simile a una quinta scenografica. Suggestivo è anche il luminismo che scaturisce dalle immagini di Alessandra Spranzi e Kazuko Wakayama, i quali evidenziano il valore scultoreo dei loro “soggetti inerti”. Non mancano all’appello immagini che evocano storie fittizie, come quelle di Tracey Moffatt e Annabel Elgar, ma soprattutto le metafotografie di Luigi Ghirri, John Hilliard, Thomas Ruff e Renato Leotta che riflettono sulle specificità del proprio apparato tecnopoetico per documentare non più il soggetto ma la relazione tra l’artista e la sua macchina fotografica.

 

Accompagna la mostra un catalogo con testi di Elio Grazioli e Alberto Zanchetta .

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