Bruno Barbey

È morto Bruno Barbey, vicepresidente dell’agenzia Magnum

Bruno Barbey, fotografo dell’agenzia Magnum, aveva 79 anni. Con i suoi scatti raccontò il ’68, ma anche l’Italia del boom economico

Alla fine l’immaginazione non andò al potere, ma grazie a un ragazzo coraggioso il Maggio francese ebbe il suo immaginario. Bruno Barbey, storico fotografo franco-svizzero dell’agenzia Magnum, morto a Roubaix all’età di 79 anni, nel ’68 aveva 27 anni, l’età di un fratello maggiore per gli studenti che rincorse in bicicletta per settimane sui boulevard di Parigi e attorno alla Sorbona occupata, nelle stradine dal pavé diventato arsenale, la radio all’orecchio come unica mappa. Fu grazie alle sue fotografie che il mondo si fece l’idea che quelli che sfidavano i flic non erano teppisti, ma i figli di una società al tramonto i cui argini non reggevano più. Barbey lo dimostrò senza parole, nella sola lingua accessibile al suo strumento di espressione: nei suoi reportage nessun corpo è fermo, tutto si muove, come si muoveva il mondo in quell’anno dove tutto stava accadendo (qualche mese dopo un altro grande fotografo, Josef Koudelka, raccontò la fine dei sogni di Praga).

Barbey era appena tornato a Parigi da un lungo viaggio nell’Asia del sud, che sarebbe rimasta una delle sue mete del cuore nel corso di oltre mezzo secolo di carriera. Anche là il mondo si muoveva: la guerra antimperialista in Indocina, le rivolte antiamericane in Giappone. Fu il vento della storia a sbarcarlo più o meno a casa sua (era nato in Marocco, figlio di un diplomatico francese) al momento giusto. Si gettò nelle strade e rinunciò per settimane a cambiarsi il soprabito “tanto ormai era intriso dell’odore dei lacrimogeni”. Di fianco a lui trovò una volta Henri Cartier-Bresson: decisero di procurarsi degli elmetti per ripararsi dai sanpietrini e dalle manganellate. Presto si accorsero che col casco sugli occhi diventava difficile manovrare le loro Leica, e lo buttarono. Forse rimpianse di non aver preso lui la foto-simbolo della rivolta, la “Marianne del Maggio” (la fece il freelance Jean-Pierre Rey), ma il suo racconto della capitale bloccata dalle barricate e dai cortei è il più forte documento “in diretta” che possediamo di quei giorni in cui la televisione balbettava e i giornali erano ostili agli studenti (almeno quanto gli studenti erano ostili ai fotografi, sospetti delatori).

Barbey era entrato in Magnum (di cui sarà anche presidente) solo due anni prima, sulla spinta di un’apertura della già storica agenzia agli sguardi più giovani. Quasi un ragazzino ma dall’aspetto distinto e un po’ fuori tempo, “uscito da un romanzo di Jane Austen” disse l’amico e collega Ian Berry, lavorava già per Vogue, ma era stato avvistato per un lavoro sull’Italia, o meglio sugli italiani, che avrebbe dovuto diventare un volume di una ambiziosa ma abortita serie progettata dall’editore Delpire e inaugurata dal capolavoro Les Américains di Robert Frank (il libro sugli Italiani di Barbey uscirà trent’anni dopo, ma da un altro editore). Barbey adorava l’Italia: e da Vevey in Svizzera, dove studiava alla Ecole des Arts et Métiers, ma da dove partiva volentieri, e molto spesso, verso sud, alla guida della sua Volkswagen, spingendosi ovunque, da Milano a Roma a Napoli.

Amava l’Italia perché la trovava scenografica, teatrale, ideale per la fotografia. Forse c’era un briciolo di stereotipo in questo, ma certo non era più lo stereotipo delle vedove in nero e dei contadini dalla pelle rugosa del cinema neorealista, che pure amava. Il paese dei primi anni Sessanta era semmai la contraddizione di quell’Italia arcaica: era l’Italia dei consumi nascenti, del boom economico e demografico: quante utilitarie fiammanti e quanti ragazzi e bambini nelle sue fotografie. Ma anche quanti personaggi di una commedia tragica e comica, notabili sussiegosi e suore in aeroporto, pastarelle della domenica e migranti in stazione, partite di pallone in strada e spiagge del benessere, un paese in transizione fotografato con indulgente ma molto divertita ironia.

È bello credere che sia stata l’Italia a insegnargli il mestiere che poi per i grandi magazine del mondo esercitò a tutte le latitudini, dalla Polonia all’India, dalla Nigeria al suo Marocco: mestiere che per lui fu correre sul filo che lega le apparenze alla realtà, la scena pubblica e la tragedia storica del secolo breve, senza mai fermarsi di fronte alla potenza ipnotica dell’evento “forte”: la guerra, la fame, la rivolta. Anche e soprattutto quando, dal bianco e nero degli esordi, si lasciò sedurre dal colore, gestito magistralmente. Le rivoluzioni che gli passarono davanti all’obiettivo, scrisse, cambiarono il mondo, ma non la sua idea di fotografia che fin da ragazzo, e per tutta la vita, ritenne molto più che un lavoro: una vocazione.