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Gerolamo Marchetti – La forza delle idee

di Mosè Franchi

“Incontriamo” Gerolamo Marchetti al telefono. Ci erano piaciute le sue immagini e lo abbiamo chiamato. Quello che da subito ha alimentato la nostra sorpresa è stata la grande passione che anima il nostro fotografo: sentimento che non vive da solo, ma in combinazione con un approccio logico nei confronti delle cose. In pratica, il “fuoco sacro” che in lui arde per l’immagine non è fine a stesso, ma risulta essere una sorta di desiderio compulsivo da soddisfare: come il mangiare per l’affamato. Tutto ciò ha il potere di alimentare sperimentazione da un lato, ma anche progetti dall’altro. È l’idea che vince in Gerolamo, che poi è quella che lo guida verso il fine ultimo dei suoi lavori: il comunicare.

Troppo spesso la fotografia vive di sole compulsioni, anche nei grandi autori; tant’è vero che sovente i riscontri sono casuali, così come i successi. Per Gerolamo, il processo costruttivo dell’immagine ha una logica serrata, che vive dell’energia proveniente dalla passione, collocandosi poi in una “catena di montaggio” che produce a parte, in un altro stabile.

Per il resto, la coerenza nelle immagini che vediamo è schietta: chi guarda deve impattare energia. Questo ci viene confermato dal percorso che il nostro sta affrontando anche oggi: scatta per se stesso al fine di sperimentare, ma non perde di vista l’obbiettivo finale, tenendo conto degli occhi di chi guarda. Tutto ciò ci piace, perché la visione della fotografia è di tutti; il  privato (se esiste) è molto prima: nel cercare un modo, nel formulare un progetto e nel portarlo a termine. Il movente risulta sostanziale, che poi è nell’idea. E nella sua forza.

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D] Gerolamo, quando hai iniziato a fotografare? E perché?

R] 10 – 15 anni addietro. Ho frequentato la scuola d’arte (grafica) ed anche quest’ultima deve avermi indirizzato verso quella che oggi è la mia professione. Tutto è proceduto per gradi, alternando grafica e fotografia; fino alla decisione di aprire uno studio: avvenuta cinque anni fa. Oggi mi occupo di ritratti e fashion, perché i due stili vivono di persone. Non potrei immaginare la “mia” fotografia senza figura umana: ho bisogno del dialogo, di un confronto; lo still life non mi restituirebbe la medesima energia.

D] Non sei solo nello studio…

R] È una società, attraverso la quale ci occupiamo di varie cose: offriamo un pacchetto completo, fino alla consulenza grafica. Al suo interno io mi occupo di fotografia.

D] Hai provato passione per la fotografia?

R] Sì, ed in maniera sempre crescente; anche se è stata forte sin dall’inizio. La fotografia, per come la vivo io, ce l’hai sempre dentro; e continui a macinarla. Senti sempre il desiderio di vedere, di creare. È lì che pulsa la passione.

D] La passione è stata importante per te? Lo è ancora?

R] Sì, al cento per cento: durante gli inizi, così come oggi. Quando ti sorgono dei punti di domanda o delle perplessità, la passione diventa la spinta per andare avanti.

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D] Come hai curato la tua formazione?

R] Gli studi d’arte hanno gettato una bella base, sulla quale ho inserito una frequentazione continua (e assidua) della fotografia. Ho seguito dei Workshop e mi tengo continuamente aggiornato tramite internet.

D] Hai avuto dei modelli ispiratori?

R] Tantissimi. David Hamilton è uno di questi, ma forse Mario Testino a David LaChapelle sono coloro che hanno esercitato un’influsso maggiore su di me. Oggi mi piace molto Charles Lucima, che peraltro seguo nella sua carriera statunitense.

D] Gli USA sono all’avanguardia fotograficamente?

R] Beh, là ci sono delle menti geniali e tanta voglia di sperimentare. “Navigando” da quelle parti vedo sempre cose nuove. È la loro capacità interpretativa a fare la differenza.

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D] Fotograficamente come ti definiresti?

R] Fotografo creativo, anche per via dei trascorsi “grafici”. Del resto, l’immagine che andrai a costruire deve possedere un’idea di base, concretizzabile in relazione alle capacità personali. In pratica, ciò che vuoi deve essere pre figurato nella tua mente.

D] Se dovessi riconoscerti in uno stile, quale sceglieresti?

R] Fashion e ritratti. Quest’ultimi mi restituiscono maggiore soddisfazione, perché in essi c’è il momento da cogliere, l’espressione che identifica. Forse, tra quelle del mio portfolio, sono le immagini che comunicano di più.

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D] Qual’è la qualità più importante per chi frequenti i tuoi generi?

R] Ovviamente c’è sempre un istante da cogliere. Nei ritratti, occorre coinvolgere la persona che stai fotografando, cercando quel feeling che ti permette di trovare un’immagine unica. Si tratta di un percorso a due, che ha come punto d’arrivo un lavoro che comunica. Non è facile, ma ciò che si vive in quei momenti è esaltante.

D] Tutto questo riguarda il ritratto, ma nel “commerciale”?

R] Lì mi piace interagire con l’art director, seguendo le sue direttive: prendendomi però le mie libertà. Le fotografie debbono restituire energia. L’importante è che il fotografo, all’interno del team (stylist, truccatori e via dicendo), manifesti la sua forza.

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D] B/N o colore?

R] Tutti e due. Io sto usando prevalentemente il colore, ma non ho preferenze. La fotografia deve saltar fuori per come esiste in quel momento; e questo è ancor più vero con il digitale.

D] In questo momento della tua carriera, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] No, i miei progetti li ho sempre ultimati man mano che sorgevano. Ecco, col senno di poi, forse li avrei gestiti diversamente; ma non ho debiti col passato. Diciamo che la crescita professionale ti fa essere maggiormente critico con quanto hai eseguito in passato.

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D] La tua zona di provenienza ti ha offerto qualcosa fotograficamente?

R] Io vivo a metà tra Milano e Lecco. L’area, comunque, ha una forte caratterizzazione industriale: dove la produttività vince sul resto. Solo negli ultimi anni c’è stata un’attenzione maggiore per la grafica o la creatività. Gli stimoli sono sempre venuti più da Milano.

D] Mai fatto mostre?

R] No. Alle volte mi è stato chiesto, ma non se ne è mai fatto nulla.

D] Hai iniziato con l’analogico?

R] Sì, all’inizio.

D] Qualche rimpianto per la pellicola?

R] No, a dire la verità: nessuno. Sin dall’inizio sono stato affascinato da Photoshop e dalle sue potenzialità.

D] Del resto tu hai una cultura grafica…

R] È vero. Per me la grafica fa parte della costruzione di un’idea. Con la post produzione puoi trasformare un’immagine in un’altra: anche a livello di sensazione. Può sembrare un difetto, ma in realtà rappresenta una grande opportunità; il vero problema è che non viene percepita come un altro lavoro: un’attività cioè che si aggiunge allo scatto, che peraltro ha dei tempi più che impegnativi.

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D] Domanda scontata: esegui personalmente il ritocco?

R] Sì, completamente.

D] Segui un flusso di lavoro predefinito?

R] Diciamo che sto lavorando molto sulla selezione delle immagini. Faccio una prima scrematura (questa sì, questa no), per andare poi sempre più in profondità. Ovviamente il fine ultimo è selezionare quegli scatti che comunichino quanto desidero. Il digitale ti offre la possibilità di tornare a casa con tante immagini e il processo che ti ho descritto risulta sostanziale.

D] Sulle poche immagini rimaste che interventi fai?

R] Con Lightroom eseguo i primi interventi, che poi completo su Photoshop; il tutto specializzando il lavoro su due strade ben distinte: il WEB o la stampa (necessitano caratteristiche cromatiche differenti).

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D] Il WEB rappresenta un mercato importante…

R] Sì, esistono tanti magazine on line, che peraltro non hanno un riscontro cartaceo. Le mie immagini tendono comunque sempre all’alta qualità, anche se questa risulta sostanziale nella stampa.

D] Qual’è l’ottica che usi preferenzialmente?

R] Il 50 mm ƒ/1,4. Lo uso con la EOS 5D Mark II, munita dell’oculare che guarda verso l’alto. Con questa configurazione mi trovo molto bene.

D] Come si compone il tuo parco ottiche?

R] Ne ho diverse: 70–200, 85; preferisco le “fisse”, questo sempre ai fini della qualità.

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D] C’è, tra le tue, un’immagine alla quale sei particolarmente affezionato?

R] Ce ne sono diverse. La preferita, comunque, non è tra quelle che ti ho mandato. Si tratta di uno scatto eseguito a New York, in Times Square; questo raffigura un Naked Cow Boy che suona la chitarra, in un contesto esterno fatto di taxi veloci e vita frenetica. Il contrasto mi genera emozione ancora oggi.

D] Il Fashion parla anche di modelle, di figure al femminile: che donna esce dalle tue immagini?

R] “Super fashion”, direi: un’immagine di donna molto forte. Ovviamente lei deve comunicare, restituendo sensazioni.

D] Preferisci scattare in studio o fuori?

R] Non ho una preferenza. In studio sei più concentrato su quanto stai facendo (luci e il resto), ma “gli esterni” possiedono un fascino particolare, soprattutto per il fatto di dover gestire (con profitto) la luce di cui disponi.

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D] Potessi scegliere, cosa scatteresti domani?

R] Delle immagini di beauty, con degli accessori da mettere sul viso della modella. In alternativa, mi piacerebbe eseguire dei ritratti: desiderio che, in anni, non si è ancora sopito.

D] In esterni tendi ad ambientare il tuo soggetto?

R] Non so come risponderti: forse. Alle volte ho la sensazione che la modella diventi contestuale all’ambiente.

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D] Lo studio della luce pare essere uno dei tuoi ambiti operativi…

R] È forte il desiderio di sviluppare cose nuove. Sto scattando delle immagini utilizzando un’unica sorgente luminosa, con delle ombre di oggetti che si posano sul muro o sul corpo della modella. Questa “tecnica” mi pace molto, anche se non sono ancora arrivato ad un punto d’arrivo. Sto sviluppando, ecco tutto.

D] Scatti anche per te?

R] Assolutamente sì, per via delle ricerca: che deve essere continua. L’editoria è un po’ “in stallo”, ma questo non deve fermare nuovi indirizzi e rinnovate tendenze. La sperimentazione risulta sostanziale, anche per soddisfare in tutti (chi scatta e chi guarda) il desiderio di fotografia. La mia passione si concretizza quasi con “una fame” e, per soddisfarla, ci vogliono idee e soluzioni nuove.

D] Se potessi farti un augurio da solo, cosa ti diresti?

R] Vorrei che il momento che sto vivendo (desiderio e risultati) durasse per molto tempo. Ne sarei felice.

Ringraziamo Gerolamo Marchetti per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.

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