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Gianni Ugolini – Lezioni di umanità

di Mosè Franchi

Una domenica di Febbraio. I primi tepori primaverili non riescono a farci uscire; la rete, con i suoi professionisti, risulta più accattivante. Ci imbattiamo in un sito convincente: quello di Gianni Ugolini, il professionista della settimana. Sulle prime non riusciamo a renderci conto del perché quelle immagini ci appaiano così attrattive: le percepiamo più vere, ecco tutto. Le modelle ci restituiscono “sapori” antichi, perfino sensazioni che avevamo dimenticato, abituati, come siamo, ad angeli asessuati: mere installazioni, frutto della voglia di fare apparire e non di tirare fuori cosa c’è (o cosa si può). Subito ci viene in mente una domanda banale: che le modelle di Gianni siano più belle? Maggiormente eleganti? O solo semplicemente donne? Sì, perché negli scatti la femminilità è palese, almeno per come l’abbiamo conosciuta. Il colloquio telefonico (ahimé) con Gianni ci accorre in aiuto, anche se non ci viene fornita alcuna “ricetta segreta”. È il rapporto umano a vincere, tra fotografo e soggetto: quel legame che apre, condivide, motiva, sollecita. Lì Gianni è maestro, con in aggiunta una grande abilità (o professionalità?) nell’uso delle luci. Ogni scatto del nostro diventa un definitivo: proprio nel momento nel quale si attua. L’emozionalità che ne consegue sta nella verità della scena, che per questo diventa una scheggia di eternità. Volendo essere precisi, possiamo dire che le tante immagini “gommose” alle quali siamo abituati rappresentano una visione prefabbricata, dolciastra, edulcorata, senza tempo. Quelle che ci vengono proposte da Gianni Ugolini sono frammenti di vita vera, raggiungibili da quanti si mettano a guardarle. In esse pulsa la vita, anche se di un click soltanto: ricca di un feeling non casuale, perché umano e sincero anch’esso.

Ce le lasciamo alle spalle, le foto di Gianni: in un monitor si chiude. La regola del tempo non perdona, ma noi siamo convinti che sarà bello farsi raggiungere, qualora il momento lo decida. Le emozioni ci passeranno di fianco, restituendoci il sapore di sempre: perché la verità non cambia, nemmeno con le stagioni.

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D] Gianni, quando hai iniziato a fotografare e perché?

R] Da giovanissimo, al Liceo Artistico. Gianni Landi (un docente) era anche fotografo e ci conduceva in lavori sperimentali, extra scolastici. È stato lui a indirizzarmi alla fotografia e ad aprirmi alla passione.

D] Hai avuto un mentore, quindi…

R] In gioventù ho goduto di tanti incontri interessanti. Un’estate c’è stato quello con Ketty La Rocca (un’artista) e di ritorno a Firenze sono andato a lavorare all’UP Studio di Piero Rosi. Lì capii cosa cosa voleva dire professionismo. Intanto collaboravo anche con Liverani (Agenzia Olimpia), che voleva dire comparire su Stop, Grand Hotel e sui grandi scandalistici di allora.

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D] La passione è stata importante?

R] Fondamentale, direi; è la vitamina che ti fa andare avanti. Nelle cose che ami ci devi mettere cuore ed è per questo che la fotografia mi ha accompagnato per tutta la vita.

D] Mi parli come se fosse cambiato qualcosa…

R] No, assolutamente. Diciamo che noi “vecchi” siamo un po’ delusi, per il fatto che oggi la parte tecnica (o tecnologica?) viene anteposta al resto. Nella moda, noi entravamo in contatto con la modella, per catturarla e coinvolgerla prima del lavoro. In fotografia, la parte umana è sostanziale: occorre cioè instaurare un buon rapporto con chi lavora con te, che poi deve desiderare di farlo. Betty Prado, negli anni ’80, era un osso duro per tutti: nessuno voleva lavorare con lei; io, viceversa, non ho mai avuto un problema, ed anche lei con me.

D] Deve realizzarsi il desiderio di un risultato congiunto?

R] Non so se sia esattamente questo, che semmai deve arrivare in automatico. Le modelle sono degli essere umani, non delle bottiglie. Anche il beauty va affrontato con anima e cuore: con di fronte una donna.

D] Forse erano anche altri tempi…

R] Momenti fantastici. Negli anni ’80 io possedevo già un 300 f/2,8. Era l’innovazione che avanzava: si stravolgeva tutto. Prima eravamo abituati alle “fotine” classiche, mentre io facevo sì che le modelle saltassero e corressero; e la donna del tempo ci si riconosceva. In quegli anni difficilmente lavoravo in studio e mi accollavo tutti i rischi.

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D] Bello quanto mi dici del rapporto tra fotografo e modella…

R] Normale, nel mio caso; anche se il fotografo deve essere come un fantino: padrone della situazione, più forte della modella.

D] È il fotografo che dirige…

R] E che conosce cosa vuole raggiungere. Il rapporto umano poi presuppone la messa in atto di comportamenti psicologici. Nella foto qui sotto ci voleva una pelle bianca, con un minimo di nudità. La modella aveva sedici anni e con lei mi sono comportato come un papà. Nello scatto successivo, occorreva un’amazzone: magari fredda, ma con la dolcezza nello sguardo volto all’infinito.

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D] Che tipo di donna esce dalle tue immagini?

R] La mia modella non deve essere sessualmente accattivante. Piuttosto dagli occhi deve far venir fuori delle caratteristiche utili alle immagini che verranno. Insomma, le mie donne sono sempre state particolari, perché avevano qualcosa da dire. Per questo motivo sono rimasto amico con molte di loro, mentre molti colleghi non sapevano neanche come si chiamassero. E poi…

D] E poi?

R] Lo dico sempre: ti devi innamorare di chi hai di fronte, che sia per cinque minuti o altrettanti giorni. Tutto questo paga.

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D] Come hai curato la tua formazione?

R] Ci sono stati anche 5 anni di architettura e la successiva collaborazione con Domus Abitare. Anche nelle foto di architettura io ci mettevo l’anima.

D] Hai frequentato scuole?

R] Sì, anche la Radio Elettra di Torino, poi c’è stato il campo.

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D] Nella tua crescita, ci sono stati dei modelli ispiratori?

R] Ai tempi, i miei modelli erano Henry Cartier Bresson (la cattura dell’attimo) e Gianni Berengo Gardin; poi, per la velocità operativa, è stata la volta dell’Oliviero Toscani degli anni ’80. Ho anche ammirato Tom Fagioli: quello delle campagne Piaggio anni ’70 (chi Vespa mangia le mele, ricordi?). Andando avanti, anche Peter Lindbergh è entrato tra i miei favoriti.

D] Fotograficamente, come ti definiresti?

R] Io sono un fotografo che racconta l’emozione delle persone. Catturo l’attimo emotivo, che poi puoi trovare in ogni cosa: anche nello still life.

D] Un autore a tutto tondo?

R] Beh, no; lo still life non l’ho mai frequentato tanto: anche se poi godeva di una velocità operativa tutta sua. Ritrassi una cucina girandole attorno, come se fosse una modella. Allo stesso modo, recentemente ho lavorato per una tipografia importante: usando lo stesso stile. Ho catturato i dettagli, perfino le mani degli operai. Ne è venuto fuori un reportage fantastico.

D] È la prima volta che ti sento parlare di reportage…

R] Beh, ti manca un pezzo della mia vita; perché, alla fine degli anni ’70, ho vissuto tre anni in Cina: dedito al foto – giornalismo. Tra l’altro nel mio archivio ho tanti reportage importanti: Cambogia, Vietnam, Hong Kong. Ho ritratto anche gli homeless londinesi.

D] Qual’è, secondo te, la qualità più importante di un fotografo?

R] Sembrerà un controsenso, ma bisogna prima eseguire il lavoro, poi staccare la fattura. Ci sono dei progetti che decidi di fare e che devi portare a termine. Due anni addietro ho scattato una campagna per un’associazione contro i tumori. Non ho mai visto una lira.

D] Cosa vuoi dirmi? Che non bisogna pensare al denaro?

R] Non ho detto esattamente questo. Quello del fotografo è un mestiere creativo e per dare spazio all’inventiva occorre che la mente sia sgombra. Occorrerebbe essere affiancati da un personaggio commerciale. Avedon e i grandi avevano degli spazi economici tranquillizzanti; se invece devi pensare a tutto da solo, arriva un punto che non ce la fai più.

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D] B/N o colore?

R] Oggi sempre colore: eventualmente B/N. Se posso, io lavoro ancora in analogico. L’accoppiata TRI-X e D76 era fantastica e l’ho usata per venticinque anni. Oggi, purtroppo, è impraticabile, così ripiego su HP5, con risultati meno contrastati e dalla grana più grossa.

D] Ma tu cosa preferisci? Colore o monocromatico?

R] Oggi il colore è una bella cosa, anche perché, col digitale, lo puoi decidere tu.

D] Parli della “post”?

R] Io non uso Photoshop oltre un certo limite: le mie immagini non sono plasticate.

D] Perché lavori prima dello scatto…

R] Vero, ma con in più un’esperienza maturata in anni. Mezz’ora fa mi ha telefonato un Cliente che non sentivo da due anni, quando feci l’ultimo lavoro con lui. “Perché  non ci sentiamo da tanto tempo?”, gli ho chiesto. “Eri troppo caro”, è stata la risposta. “Allora, perché mi stai cercando? Solo per dirmi che i miei lavori erano bellissimi?”. Così si è scoperto che aveva passato una brutta avventura. Si era procurato una location di lusso (Grand Hotel di Rimini) e una modella di prestigio, ma il mix non ha funzionato: per via della scarsa esperienza del fotografo. Così, anziché venir fuori un buon lavoro, ne è risultato un servizio deprimente: somma delle energie messe in gioco, ma assolutamente distante dall’investimento pianificato. L’esperienza del fotografo racchiude elementi che una scala economica difficilmente può valutare. Che prezzo dare alla comunicazione col soggetto? Quanto attribuire alla velocità operativa? Come retribuire il fatto che la modella lavori per la causa, senza esprimere le sue frustrazioni? Un professionista vero  ha dentro di sé valori impagabili, che però risaltano nel lavoro finito.

D] Dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Io credo che tutti i fotografi professionisti abbiano dei progetti nel cassetto: è nella loro natura. Da parte mia, avrei voluto portare avanti una fotografia più internazionale. Forse non ho mai trovato il momento giusto, oppure i figli piccoli mi hanno fatto desistere. Sarei dovuto andare a Berlino o a New York, e poi stare lì. Certo, la prossima settimana sarò nella Grande Mela per un lavoro con GAP: ma vado e torno, e non è la stessa cosa.

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D] Firenze ti ha dato qualcosa da un punto di vista fotografico?

R] Delle opportunità incredibili: Pitti Donna, tra queste; con le sfilate all’interno dell’omonimo palazzo. A quei tempi ho lavorato con Emilio Pucci e con Roberto Cavalli, ma tanti hanno tratto beneficio solo nell’abitare qui. Negli anni ’70 a Milano non c’era niente, mentre a Firenze risiedevano talenti e competenze. Personalmente ho respirato “tessuto” sin da bambino, quando la nonna (stilista) mi insegnava a riconoscere lane e stoffe al tatto.

D] E la Firenze artistica? Ti è servita?

R] Qui viviamo nel tempio del Rinascimento. Soltanto girando per la città assorbi i valori di quell’epoca, che poi ti riportano all’essenziale. Se entri in Santa Maria del Fiore, vedi degli spazi enormi, senza che nulla ti “cada addosso”. In Cappella Brancacci, di fronte alla “Cacciata dal Paradiso di Adamo ed Eva”, sei in grado di assorbire elementi che possono anche caratterizzarti. Poi, io giravo la città con il Babbo, in bicicletta; e sai, nella mente di un bambino succedono tante cose. Gianni Berengo Gardin non ha forse tratto la sua malinconia da Venezia?

D] Mai fatto mostre?

R] Sì, certo: non tante però, solo quattro o cinque. Ne ricordo una bella, con venti immagini della (e per) la moda. Ho fatto tante cose anche per le gallerie, ma il tempo che ho dedicato a queste cose è sempre stato molto poco.

D] Tu hai iniziato con l’analogico?

R] Sì, certamente.

D] Hai qualche rimpianto per la pellicola?

R] Con le nuove tecnologie si sono stravolte le cose: particolarmente in ambito tecnico. In pratica, dagli anni duemila in poi, ho dovuto studiare come un ragazzino. Molti colleghi non hanno potuto far altro che chiudere, questo perché il digitale ha accelerato il ricambio generazionale. Ma non finisce qui, perché gli aggiornamenti debbono essere continui. Esce una nuova versione di un applicativo? Sotto a studiare, tra manuali e tutorial. Il mondo va comunque avanti e bisogna agire.

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D] Curi personalmente il ritocco?

R] Certamente, così come mi occupavo in prima persona della stampa in Camera Oscura. È una questione di stile. Il ritocco aggiunge un senso alla fotografia che hai scattato.

D] Come si compone il tuo flusso di lavoro?

R] Tecnicamente io non parto neanche dal RAW, che a mia opinione serve a coloro che non hanno esperienza. Quando scatti un servizio in RAW, tutto diventa più lento; ma poi, a che pro? Ho visto degli ingrandimenti 6X3 (metri!), ottenuti da un jpeg della “vecchia” EOS 5D. I pixel non sono importanti e nemmeno il formato del file; risultano invece determinanti la gestione dello stesso e anche quella del colore.

D] Utilizzi la maschera di contrasto? O altro?

R] Per le foto in studio gli interventi necessari, in post, sono minimi: tutto viene definito e attuato durante lo scatto. In esterni le cose cambiano, anche perché le condizioni di luce possono modificarsi repentinamente. Lì il bilanciamento colore può ritornare utile. Tieni conto che io mescolo spesso le luci, peraltro di sorgenti cromaticamente diverse (nel senso della temperatura). Oggi le fotocamere ti consentono tanto, sin dal “settaggio”.

D] Quale lente preferisci utilizzare?

R] Uso ancora con soddisfazione il 28-70 ƒ/2,8: strepitoso. In ogni caso, si va a momenti. C’è il periodo del 300 mm ed un altro del grandangolo (16–35 ƒ/2,8). Recentemente uso con soddisfazione l’8-15: molto bello e dalle grandi possibilità creative.

D] C’è una foto alla quale sei particolarmente affezionato?

R] Sì, e mi vede ritratto in un gruppo con anche Oliviero Toscani. Lui stava lavorando per Marie Claire, io per un maglificio francese. Abbiamo fatto l’assistente l’uno per l’altro: io per lui, lui per me. Incredibile.

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D] Nel tuo sito vedo molte foto nelle quali sei tu ad essere ritratto…

R] Vero, ma un fotografo deve essere anche un po’ vanesio. Peraltro ce ne è un’altra alla quale tengo molto. Io sono di spalle e metto “in fila” cinquanta persone. Questo ti fa capire quanto sia importante la comunicazione. L’immagine l’ha catturata il mio assistente.

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D] Preferisci lo studio o l’ambiente esterno?

R] Tempo permettendo, preferisco fuori: anche se i rischi degli imprevisti li conosci bene.

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D] Se potessi scegliere, cosa scatteresti domani?

R] Difficile dirlo. Un tempo sarebbe stato più semplice, anche perché le disponibilità erano più alte e si spaziava maggiormente. Oggi la creatività è esaltata, anche perché devi fare cose belle spendendo un decimo. Vengono però a mancare le location, le modelle importanti, gli elementi ricchi: tutte cose che erano di grande aiuto.

D] Puoi farti un augurio da solo, cosa ti dici?

R] Vorrei non cambiare lavoro, arrivando fino in fondo. Faccio il fotografo da quaranta anni e vorrei continuare per altri venti.

Grazie a Gianni Ugolini per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.