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Giuseppe Migliaccio – La foto ventura: il valore del progetto

di Mosè Franchi

Viene dal cinema Giuseppe Migliaccio, il fotografo della settimana. Come al solito lo rincorriamo su internet e lo raggiungiamo al telefono. Il colloquio è molto chiaro, lucido, per certi versi sorprendente. Si definisce un ragazzo all’antica, romantico, quasi nostalgico; però risulta anche logico, progettuale, quasi che ad ogni scatto corrisponda una regia definita. Merito degli studi cinematografici? Forse, ma il talento e la passione nascono sempre prima degli approfondimenti, che, se non supportati, finiscono nel cassetto lontano: quello che non apriamo mai. Ecco, sì: nel caso di Giuseppe occorre discriminare dove talento e passione si fondono, per diventare una cosa sola. Proviamo: nel linguaggio? Nello strumento? Nella tecnica? Nel desiderio di esprimersi? O cos’altro? Forse tutto, forse niente: probabilmente molto di più. Intuiamo quasi una “foto ventura” che deve affiorare, ma che è già lì, nel progetto: forse anche in quell’istinto che nasce dall’umore, dallo stato d’animo quotidiano. Probabilmente è per questo che Giuseppe prende le distanze dalla tecnologia: non ne ha bisogno e nemmeno ne sente la necessità. Del resto (e ne è una riprova) usa la moda come ambiente di idee, come ambito architetturale; e lì non insegue modelli predigeriti. Troppo spesso, oggi, ci troviamo di fronte a delle installazioni, che divengono senza essere. Ebbene, il nostro è fotografo nel senso più moderno del termine. Laddove tutto pare banalizzarsi, lui riprende l’autorialità: che poi è quella di una foto ventura pensata e messa in essere. Bravo.

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D] Giuseppe, quando hai iniziato a fotografare e perché?

R] Diciamo che ho iniziato dal Cinema; anzi: da mio Padre, visto che era fotografo anche lui. Gli studi mi hanno comunque portato ad una laurea presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Da Direttore della Fotografia ho però abbandonato quel mondo, che comunque amavo. Purtroppo là ogni progetto durava troppo tempo, mentre le mie idee hanno bisogno di tempi brevi.

D] Anche nella moda?

R] La moda mi permette di raccontare storie, che vanno al di là del singolo capo di abbigliamento. La foto patinata non è delle mie corde: tendo ad andare oltre.

D] La passione è stata importante?

R] La passione mi offre la spinta, quella che serve tutti i giorni. Io sono comunque anche molto curioso e sono sempre alla ricerca di questo o quello. I miei amici mi chiamano “l’intervistatore”, il che la dice lunga sulla mia attitudine ad andare dentro le cose. Tornando alla passione, direi che l’ho sempre nutrita nei confronti dell’arte: la fotografia ha sempre rappresentato un mezzo.

D] Hai avuto dei modelli ispiratori?

R] Io mi ispiro al Cinema (Fellini, Pasolini e alla fotografia Made in USA  (Steven Klein tra questi). I progetti nascono comunque dalla strada o dai libri.

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D] Come ti definiresti? Fotografo di moda?

R] Alla fine, sì: perché è quello che faccio. Debbo per forza rappresentarmi così, anche se molti mi dicono che la mia è una fotografia maggiormente artistica. Se poi dovessi rispondere solo a me stesso, direi che sono un appassionato di fotografia.

D] Qual è la qualità più importante per un fotografo come te?

R] Oggi come oggi la qualità più importante è il pensare, la progettazione. Ci vuole un disegno, come per costruire una casa. Con il digitale tutti si sono avvicinati all’estetica (e alla tecnica), ma la differenza lo fa il pensiero. Lo stesso discorso è applicabile nell’arte: durante il manierismo, la tecnica era importante; nei movimenti contemporanei, vengono alla ribalta il concetto e l’idea abilitante che ne deriva.

D] Nelle tue immagini vedo prevalere i toni scuri…

R] Derivano dall’arte figurativa dell’800. Del resto, io sono un pittorico che costruisce le immagini.

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D] La moda parla di modella. Che tipo di donna esce dai tuoi scatti?

R] Non vado mai a cercare una donna glamour o di tendenza. Ne desidero un’altra, maggiormente dura: di carattere. Tra l’altro, non esalto neanche il corpo e nemmeno la sua bellezza ideale; viceversa tendo sempre a trovarne un difetto, che rimane l’espressione di un carattere, un elemento che fa la differenza…

D] E che diventa riconoscibile…

R] Esattamente.

D] C’è un po’ di Fellini nelle tue immagini…

R] È il mio regista preferito, ovvio quindi che mi ispiri spesso al suo stile. Lui era un genio e la sua opera si sviluppava tra realtà e finzione, che poi è il mio ambito di ricerca: la vita che si mette in scena.

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D] Come hai curato la tua formazione?

R] La mia preparazione è cinematografica.

D] E dopo?

R] Mi sono trasferito da Roma a Milano. Non ho mai fatto l’assistente, debuttando subito con dei progetti: sempre relazionati alle arti. Diciamo che la moda mi ha permesso di fare lo stesso, anche se in un territorio differente. Ho sempre cercato un artista che mi adottasse, ma non è semplice.

D] Curi personalmente il ritocco?

R] Sì, della post me ne occupo io: integralmente.

D] Persegui un flusso di lavoro particolare?

R] No. Sotto l’aspetto tecnico, pur essendo attrezzato, mi sento un po’ superficiale: in ambito post, è ovvio. Tutto è troppo meccanico, per cui tendo ad essere semplice. Peraltro la perfezione non è il mio traguardo e seguo l’istinto. Il mio scatto, comunque, produce un buon file ed al ritocco resta il venti percento del lavoro.

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D] Da quanto tempo scatti?

R] Vado per i vent’anni.

D] Dopo tanto tempo, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Sono stato in India e mi è rimasta impressa le gente ed il paesaggio. Non desidero ritrarre la solita India, ma creare qualcosa di contemporaneo (e quel paese è attuale). Ho visto dei bei volti, delle belle pettinature; così vorrei lavorarci su. Vedi, io sono un po’ un ragazzo di paese: mi piacciono le trattorie ed il vino. Mi sento quasi all’antica, in contrapposizione all’uomo d’oggi che, pur nella sua modernità, risulta vuoto dentro.

D] Originale, il tuo progetto…

R] Lo sento, ecco tutto; e per portarlo a termine andrò avanti e indietro. Oltre a ciò, desidero intraprendere un percorso anche nel sociale.

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D] Quale ottica preferisci?

R] Possiedo un mix di obiettivi, anche se uso preferenzialmente il 50 mm e il 35 mm: con queste due lenti faccio tutto. Io comunque non do molto peso all’attrezzatura. Recentemente ho trovato interessante il 100 macro

D] Hai iniziato con l’analogico?

R] Sì, anche con il medio formato.

D] Qualche rimpianto?

R] Sono un romantico. Ho anche stampato, per un po’ di tempo. Che dire? C’è un po’ di nostalgia: tutto qui.

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D] C’è, tra le tue, un’immagine alla quale sei particolarmente affezionato?

R] Sarà banale, ma è quella che produrrò domani.

D] Quella della foto ventura è un desiderio che abbiamo tutti…

R] E che vale di più per chi progetta. Oggi tutti abbiamo degli input, e poi ogni giorno è diverso. Io stesso una volta sono romantico, l’indomani mi riconosco più cattivo. Gli umori cambiano.

D] B/N o colore?

R] Dipende. Anzi: B/N.

D] Perché?

R] L’istante è più fermo, maggiormente intenso. L’immagine monocromatica ti restituisce sempre la storia di quel momento.

D] Tu sei campano. Ebbene, la tua terra ti ha restituito qualcosa, fotograficamente?

R] La mia terra genera ricordi, ma non mi fa impazzire. Di certo ne ho avuto in cambio il calore e la leggerezza, che poi diventa foriera di variabilità. A Milano, dove tutto funziona, non capita mai niente di diverso.

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D] Che foto scatteresti domani?

R] Guarda, mi sento un po’ triste per il fatto che in giro c’è troppa dispersione. La gente sfoglia tutto senza contemplare, evitando di soffermarsi. Sotto questo profilo vorrei produrre un’immagine contemplativa. Per il resto passerei a dei video in movimento. A Orvieto ho vinto un premio e in quell’occasione ho avuto modo di dire: “Impegnatevi nella videografia“.

D] Potessi farti un augurio da solo, cosa ti diresti?

R] Vorrei non stancarmi mai. La fotografia in sé per sé si è un po’ persa. Se fai le cose col tuo occhio, impieghi più tempo . È necessaria tanta energia.

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