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Nicola Casini – Passioni controcorrente

di Mosè Franchi

 

C’è voluto poco. Per conoscere Nicola Casini (il professionista della settimana) abbiamo impiegato un giorno. Non appena abbiamo visto le sue immagini (stupende, vedrete), lo abbiamo contattato; e lui ci ha risposto immediatamente, dedicandoci un domenica mattina su Skype. Già questo dice molte cose, soprattutto su come Nicola intende la fotografia, quella di oggi: una questione di ritmi, ai quali bisogna contrapporre passione e dedizione.

Tutto questo, comunque, è normale al cospetto di quanto abbiamo scoperto sul nostro professionista. Perché Nicola vede nella fotografia la risposta alla propria urgenza di esprimersi. Certo, non gli mancheranno le esigenze d’impresa, ma è stata la passione a guidarlo fin qui, il desiderio di non sentirsi inquadrato, disobbedendo perfino ai propri talenti palesi. “Scientifico” per cultura, ingegnere nucleare, troverà anche il tempo di pubblicare due romanzi. Per colpa di un amico (noi lo ringraziamo) si avvicinerà alla fotografia solo quattro anni or sono. Inizierà con il digitale, ma da tempo si dedica anche alla “pellicola”: da lui ritenuta più vera e sfidante. Tutto il contrario, quindi: controcorrente, come abbiamo espresso nel titolo.

 

Se però Nicola ha bruciato le tappe, deviando da modelli a lui più consueti, (il dato è incontrovertibile), la sua fotografia non invade, non stralcia, nemmeno produce strappi. Il suo sguardo è attento, preciso, sensibile, persino emotivo. Le immagini che ci propone godono di un grande equilibrio, ma anche della “scintilla” (il termine è suo) che fa scaturire l’emozione, o anche solo la voglia di guardare. Non vogliamo tirar fuori Roland Barthes e il suo punctum (ricordate?), perché nelle immagini di Nicola molti sono gli “istanti” sui quali riflettere: tutti legati da un “divenire”. E’ come se soggetto e ambiente dovessero iniziare a muoversi, all’improvviso: non come in un film, beninteso, bensì alla stregua di uno slide show che cambi poche cose, ma solo quelle necessarie.

 

Una “storia controcorrente” può produrre questi risultati, però bisogna volerlo. Non è quindi solo il coraggio a dover vincere, o la tenacia; ma anche il rispetto: per se stessi, le proprie esigenze, la fotografia. Se ci sentiamo di ringraziare Nicola, lo facciamo proprio per come ha trattato la passione di noi tutti. Il resto è merito (tanto), quello per il quale ci felicitiamo con lui.

 

© Nicola Casini

 

D] Nicola, quando hai iniziato a fotografare? E perché?

 

R] All’inizio del 1998. Mi ha contagiato un amico che si dedicava ai paesaggi. Comperai una “bridge” ed è nata la passione, viste le ampie possibilità creative che mi venivano offerte.

 

 

D] La passione è stata importante?

 

R] Fondamentale. Come mi è capitato spesso: studiavo delle cose, ma poi mi applicavo in altre. Così è stato, ad esempio, a 18 anni, quando nonostante gli studi scientifici (con indirizzo fisico – matematico) pubblicavo due romanzi: uno avventuroso, l’altro con implicazioni psicologiche. All’Università, mentre nasceva la passione per la fotografia, mi dedicavo agli studi di ingegneria nucleare. Come dire: ho sempre obbedito al “fuoco sacro”. Se non esistesse, comunque, non sarebbe possibile resistere ai ritmi della moda, a quelli della professione. Occorre soddisfazione per andare avanti.

 

© Nicola Casini

 

D] Come hai curato la tua formazione?

 

R] Sono completamente autodidatta.

 

 

D] Cos’hai fatto, però?

 

R] Ho guardato gli altri fotografi, quelli visti e conosciuti all’inizio: dai quali prendevo spunto. Osservando le loro immagini, cercavo di capire come potessero essere state realizzate. L’obiettivo era quello di scovare la “scintilla”, quel dettaglio cioè che rende superiore lo scatto che emerge e stupisce. Studiavo le immagini di altri, ecco tutto: sia da un punto di vista tecnico, che emotivo.

 

 

D] Bella la tua definizione di scintilla…

 

R] Le foto belle hanno un “qualcosa” che le rende speciali, spesso anche difficilmente determinabile. E’ quel quid a far scaturire l’emozione in chi guarda.

 

 

D] Nicola, hai avuto dei modelli ispiratori?

 

R] Sì, ci sono un paio di fotografi che ammiro per il lavoro che fanno, e non solo a livello tecnico. Loro riescono a dare vita alle immagini. Mi sto riferendo a Nikola Borissov e a Bruno Dayan. Per sensibilità generale giudico le loro fotografie eccezionali. Bruno, in questo momento, è la perfezione fotografica. Spazia da un tema all’altro senza perdere vitalità.

 

D] Nessun classico tra i tuoi ispiratori?

 

R] Li conosco, li ho osservati con cura. Ho comperato libri su libri, ma non mi hanno colpito: pur avendo contribuito alla mia formazione. Nella moda c’è ricambio, perché i suoi canoni hanno un corrispettivo nella realtà. Due anni fa andavano le immagini contrastate, oggi quelle velate. Se rimani bloccato su qualcosa, ti ritrovi sorpassato. Ammiro i grandi, ma non possono essere stimoli per me.

 

© Nicola Casini

 

D] Fotograficamente, come ti definiresti?

 

R] Mi occupo di moda, per intero: eccetto le sfilate. Sono comunque un fotografo.

 

 

D] Qual’è la qualità più importante per un fotografo come te?

 

R] La voglia di fare. E’ quello che dicevo prima: per i ritmi frenetico, per gli input che ricevi, se non hai la spinta dentro non riesci a realizzare qualcosa di apprezzabile; questo sia al cospetto della tua sensibilità, che in confronto a quanto ti viene chiesto dalla committenza. Cerco sempre di realizzare progetti che siano vicini alla ricerca personale e non commerciale. Se la fotografia diventa routine, finisce per non interessarmi. E poi non mancano di certo gli altri fotografi, per cui differenziarsi è d’obbligo.

 

© Nicola Casini

 

D] Sei stato autore di due romanzi: c’è un legame tra lo scrivere e la fotografia?

 

R] Ho sempre considerato lo scrivere come un modo per esprimere me stesso e quanto passava tra le mie idee: una sorta di viatico verso una maggiore libertà, praticato spesso nelle ore notturne. Ho sempre detestato il fatto di poter essere inquadrato. Fotografia e scrivere hanno quindi rappresentato una maniera per evadere. Il lato negativo è che, specie nell’immagine, qualche paletto ti viene posto: nonostante il tuo desiderio di personalizzare. Quando questi diventano troppi, mi sfogo con la ricerca personale.

 

 

D] Torniamo sempre agli stimoli, al nuovo, all’orizzonte lontano…

 

R] Per il mio modo di essere (e fotografare) spaziare è importante. Mi piace comunque

pensare che la mia foto, un giorno, possa essere riconoscibile.

 

 

D] Percepisco un po’ troppa modestia, immotivata dai risultati che vedo…

 

R] Ho iniziato da poco e considerarmi arrivato potrebbe risultare oltremodo pericoloso. Come dire: sono agli inizi. Non mi sento un fotografo di moda e tutto è ancora mosso dalla passione. Ci sono persone che sono dell’ambiente da trent’anni e io debbo ancora vedermici fino in fondo. Circa gli stili, non credo sia determinante mantenersi fedeli ad essi. Certo, per molti rappresentano un modo per essere riconosciuti; ma non vorrei mai che il mio portfolio risultasse noioso. Credo che il fashion preveda interpreti eclettici e polivalenti: preparazione e stili debbono essere appetibili. Si può giustapporre una firma anche quando l’immagine non sembra essere nelle tue corde.

 

© Nicola Casini

 

D] B/N o colore?

 

R] Nessuno dei sue: si può dire? Sono due forme espressive diverse, che tra l’altro affronto in maniera totalmente differente. Il colore lo scatto in digitale, mentre per il B/N uso la pellicola: la sua emotività merita uno strumento più intimo, quale appunto quello analogico.

 

 

D] Nessuna preferenza, quindi?

 

R] Lo ripeto: né l’uno, né l’altro. I progetti personali sono comunque in B/N, mentre il colore lo utilizzo in ambiti professionali; questo perché mi garantisce più sfaccettature.

 

 

D] Quali apparecchiature utilizzi?

 

R] Per il digitale la EOS 5D Mark II; per l’analogico alterno una Canon a telemetro a una Hasselblad 500 CM.

 

© Nicola Casini

 

D] È strano, però; sei giovane, eppure ti dedichi alla pellicola, agli sviluppi, alle vecchie apparecchiature…

 

R] Anche alla stampa, a dire il vero. Io credo non ci si debba legare troppo a una particolare tecnologia. Il mezzo col quale ci si esprime non è determinante: l’importante è trovare ciò che piace, quello stimolo che è sempre al centro delle attenzioni.

 

 

D] Quando hai scoperto l’analogico?

 

R] Dopo il digitale, come una sorta di magia: hai trentasei scatti, torni a casa e sviluppi. Il processo è artigianale: vintage, da un lato; e costruttivo, dall’altro. Per i progetti personali è l’ideale, mentre la professione non ne accetta la tempistica. Del resto, il digitale restituisce certezze: quelle di aver eseguito quanto ti prefiggevi.

 

© Nicola Casini

 

D] La tua è una Carriera giovane: c’è comunque un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

 

R] In linea di massima, tutta la mia fotografia è un progetto. Anzi, sarebbe meglio dire che la fotografia è il progetto che mi appartiene. C’è stato un periodo nel quale ero ossessionato dalla parte tecnica. Ora sto cercando di disintossicarmi e, in uno scatto, cerco di cogliere più la parte emotiva e meno quella inerente a tagli o inquadrature. E’ l’atmosfera che mi interessa, più della realtà.

 

 

D] I tuoi luoghi di provenienza ti hanno offerto qualcosa? Fotograficamente, intendo?

 

R] Vengo dalla provincia di Livorno, dove tra l’altro torno spesso. La mia residenza operativa è a Milano, ma oggi sono qui, a Castagneto Carducci. Cosa mi ha dato questa località? Beh, le passioni nascono anche da ciò che vedi. Se aprendo la finestra ti si offre il mare è come se un mondo spalancasse le braccia al tuo cospetto. Una fotografia si poggia su tre aspetti: i soggetti, come li vedi e la sensibilità che dedichi al tutto. Io non forzo mai le cose, ma la parte emozionale nasce da me. Mi rendo conto che un’immagine possa vivere anche di provocazione, ma non si può insistere in quella direzione.

 

© Nicola Casini

 

D] Mai fatto mostre?

 

R] Ho messo in pubblico le mie immagini dopo un anno che scattavo, ma si trattava di paesaggi: un tema che ormai non mi appartiene più. Forse esporrò a Milano nel mese di Giugno, con un progetto già ultimato e mai pubblicato. Ho dato a 15 modelle altrettante compatte analogiche. La mostra dovrebbe vivere con i provini dei loro autoscatti, organizzati in pannelli. In pratica, ne verrebbe fuori la visione che queste hanno di loro stesse. Tra l’altro, ne è venuto fuori un risultato stupefacente: modelle aggressive e portate per lavori forti si sono dimostrate intime e interiori, mentre altre, più classiche e posate, hanno messo in atto un’esuberanza inimmaginabile. Tutto questo mi è stato utile all’approccio che ho con la modella: parlare con lei, berci un caffè assieme, è utile per comprenderne la sensibilità. Spesso, a prima vista, l’idea che ti fai di una persona non è la più corretta.

 

© Nicola Casini

 

D] Di solito, durante le mie interviste, chiedo al fotografo se ha iniziato con l’analogico e se rimpiange la pellicola. Oggi abbiamo già esaurito l’argomento: dico male?

 

R] In un certo senso. Ho iniziato prima con il digitale, poi sono passato all’analogico: questo l’abbiamo già detto. Mi chiedi se rimpiango la pellicola? Ebbene, sì!

 

 

D] Le ragioni?

 

R] Le ragioni sono prevalentemente due. Per prima cosa, la pellicola rappresenta una sfida. Le recenti tecnologie hanno abbassato il livello generale della fotografia. E’ sufficiente non essere dei fotografi eccelsi, ma degli ottimi grafici, per trovare un posto nel panorama fotografico. Sempre in ambito sfida: la pellicola prevedeva la perfezione nello scatto, che oggi non si rincorre più. La modella ha l’Herpes? Non importa, c’è Photoshop.

 

 

D] Seconda ragione?

 

R] L’analogico vive nell’artigianalità: è un’opera “manuense”; il digitale si presenta freddo, asettico. Per farla breve, la pellicola è più vera, anche perché ti offre una sola possibilità. Naturalmente esistono altre ragioni di rimpianto: il pathos dello sviluppo e stampa, la pace con se stessi, la consapevolezza di quello che si fa, il processo e la verità che racchiude. Tante cose, quindi.

 

© Nicola Casini

 

D] Curi personalmente il ritocco?

 

R] Non potrebbe essere altrimenti: la fotografia digitale prevede il ritocco. Avrebbe poco senso affidarlo ad altri.

 

 

D] Hai un flusso di lavoro tuo?

 

R] Sviluppo RAW con Capture One, poi passo a Photoshop. Dopo: livelli, contrasti, pelle, colori, pantoni.

 

 

D] La pelle?

 

R] Si tolgono gli inestetismi. Oggi va tantissimo la pelle “di ceramica”, al contrario di quella “di

gomma” che era orribile. Il risultato deve essere perfetto, con una “grana” reale.

 

 

D] Quale ottica preferisci utilizzare?

 

R] Nutro amore e odio nei confronti del normale (50 mm): è l’ottica più difficile. La sua prospettiva è quella dell’occhio, ma risulta troppo corta per il ritratto e troppo lunga per un campo largo. L’ottica che preferisco è un 35 mm: ti inserisce nella scena, senza esagerare. Per i ritratti e la figura intera mi rivolgo all’85 mm ƒ/1,2 II USM. Adoro quell’ottica: se apri il diaframma, isola il soggetto; se lo chiudi, la sua nitidezza ti convince.

 

© Nicola Casini

 

D] C’è, tra le tue immagini, una fotografia alla quale sei particolarmente affezionato?

 

R] Sì, ce ne è una: peraltro recente. E’ l’unica immagine nella quale compaio con un’altra persona. Stilisticamente è un po’ retro’, anni ’70, ma la allego volentieri alla tua intervista. Un’altra foto alla quale sono legato è il mio primo 6X3 che ho visto nelle affissioni. Il perché lo puoi immaginare.

 

© Nicola Casini

 

D] Studio o esterni?

 

R] L’alternativa mi è indifferente. In studio mi rivolgo alla luce flash.

 

 

D] Nel tuo sito ho visto tanti video, molto belli peraltro: stai indirizzando la tua ricerca anche lì?

 

R] Il video è una foto in movimento, possiede dinamicità. Non isola ciò che si muove, ma ne dimostra un “prima”, un “durante”, un “dopo”. A livello commerciale è molto bello. Per rispondere alla tua domanda, sì: mi sto applicando. Dopo la direzione della fotografia, sto studiando da operatore e regista.

 

 

D] Se potessi scegliere, cosa scatteresti domani?

 

R] Dei ritratti in esterni, in luce diurna: magari con il 6X6; e poi avrei voglia di reportage. I

suoi interpreti amano la fotografia.

 

 

D] Se ti dicessi di rivolgerti un augurio da solo, cosa ti diresti?

 

R] Forse l’hai capito già. Vorrei che il mio lavoro fosse sempre divertente, stimolante, nuovo.

Se ciò non fosse, non riuscirei ad esprimermi.

 

 

Ringraziamo Nicola Casini per la sua disponibilità

 

© Nicola Casini

 

© Nicola Casini

 

© Nicola Casini

 

© Nicola Casini

 

© Nicola Casini

 

© Nicola Casini

 

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