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Nino Idini – Il valore del progetto

di Mosè Franchi

Circa il titolo, questa volta, non abbiamo certo brillato di fantasia. Non ce ne voglia Nino Idini (il professionista della settimana), ma è stato difficile trovare quelle parole che, in sintesi, potessero sottintendere quanto ci è stato detto telefonicamente. È anche vero che si parla spesso (anche troppo) di “progetto fotografico”, per cui di certo ci stiamo muovendo su un territorio spinoso. Sta di fatto che, per Nino, “fare fotografia” vuol dire anticipare i tempi, cambiare, in un certo senso essere davanti; su un percorso, poi, che va comunque strutturato o, per richiamare il titolo, reso progetto. Il fatto è che a quest’ultimo occorre aggiungere il termine “valore”, altra parola magica che parte dall’autore e arriva diritto a fruitore dell’immagine, a colui che guarderà: committente o semplice osservatore che sia. Lì ci sta un po’ tutto, perché l’idea e buona solo se percepita come tale.

Ci siamo salvati in corner? Per la pochezza del titolo? Non era nelle nostre intenzioni, anche perché da subito abbiamo reso chiaro come per Nino la fotografia prenda corpo da una architettura precedente: questo sia nei tempi lunghi, ma anche durante lo scatto. Non si pone limiti, lui: né strumentali, tantomeno logici. Tutto è reportage, molto di più di quanto gli stereotipi possano far credere o apparire. Quello stile è nell’idea, nel comportamento, nel progetto (sempre lui!) che lo ha fatto sorgere. Piuttosto vengono meno gli strumenti classici, le ottiche più utilizzate, forse gli stessi punti fermi.

Ecco sì, in un certo senso Nino ci ha un po’ sovvertito le cose, cancellando i luoghi comuni e le nostalgie. Tutto è fotografia e il reportage potrebbe non risultare neanche tra gli stili. Vero? Non sappiamo dirlo, ma questo risultato è l’aspetto fenotipico di un modo d’essere che vede nel divenire la sua massima realizzazione. Il come conta poco: questo nei confronti del risultato. È il valore a discriminare, quale elemento percettivo di chi guarda. Nino lo sa bene: per questo è bravo.

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D] Nino, quando hai iniziato a fotografare e perché?

R] Da ragazzino. Mio padre era un dilettante, ma aveva un amico professionista: presso il quale sviluppava e stampava proprio sotto casa nostra. Diciamo che sono cresciuto nell’ambiente.

D] E’ stata passione?

R] Sicuramente, anche se poi il lavoro fa assumere al tutto un aspetto diverso. Io tendo a dividere le due cose (passione e professione), anche se il più delle volte finiscono per mescolarsi a vicenda. A mio parere occorre discriminare lo scatto privato da quello effettuato per una committenza: nel primo caso si mette in mostra la propria anima, nel secondo occorre trasmettere il messaggio di chi ci ha chiesto di fotografare.

D] In ogni caso, la passione è stata importante per te?

R] Fondamentale, direi. Il lavoro del fotografo non è semplicissimo e la passione ti aiuta a superare i momenti difficili. Io sono passato al digitale non appena è apparso sul mercato, questo perché c’era qualcosa in me che mi spingeva ad andare avanti.

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D] Hai avuto dei modelli ispiratori?

R] Non propriamente. Sicuramente ci sono stati i fotografi di reportage, ed anche quelli di guerra. Non saprei citarti un nome in particolare, questo perché occorrerebbe indagare anche tra il genere “viaggio” e quello relativo al sociale.

D] Fotograficamente come ti definiresti?

R] Un professionista che cerca di stare al passo con i tempi, che si adegua ai cambiamenti della fotografia, addirittura anticipandoli.

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D] Certo, ma circa lo stile? Sei un fotografo di viaggio? Di reportage? Altro?

R] La professione mi porta a seguire diversi ambiti. Direi comunque che viaggio e reportage

fanno parte di me, pur essendo contenitori piuttosto vasti…

D] Cioè?

R] Il reportage indica diverse cose: come dire, è una parola ampia. Alla fine tutto è reportage: un matrimonio, un evento d’alto livello e molto altro ancora. Dentro quella definizione vivono diverse attività. Insomma, per farla breve, diciamo che frequento poco lo studio (se non in casi estremi), preferendo gli spazi allargati, l’aria aperta.

D] Qual’è la qualità più importante per un fotografo come te?

R] Torno alle due componenti della mia fotografia, cui poi corrispondono due approcci comportamentali differenti: mi sto riferendo alla passione e al lavoro. Entrambi viaggiano su binari paralleli, dove però l’uno non esclude l’altro: essendo sempre presenti, pur non intersecandosi mai. La qualità necessaria, quella che tu mi chiedi, sta nel gestire tutti e due i “canali”: anche perché poi finiscono sempre per influenzarsi a vicenda. Prossimamente mi recherò nel nord dell’Argentina e in Bolivia: la mi occuperò di due progetti, riguardanti l’acqua e la scuola. Il motore che mi motiverà sarà la passione, ma qualcuno vedrà i miei lavori e potrà capitare che compri le foto, affidandomi anche un lavoro.

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D] Sta lì la qualità? Nell’abbinare passione e professione?

R] Nel reportage (ma non solo) bisogna capire al volo. Occorre interpretare rapidamente, cogliendo l’attimo; perché è dalla scena che ci si para davanti che estrarremo la nostra fotografia. Direi che la velocità e necessaria: nel gesto e nella mente.

D] Sei partito dalla passione per arrivare a gesti e idee: il tutto passando per la professione. Sono convinto che vi sia dell’altro, di importante intendo…

R] Le qualità necessarie al mestiere del fotografo sono molteplici e potremmo parlarne per ore. Il reportage racchiude anche il rapporto con la gente, non sempre facile da gestire: questo per ragioni culturali, linguistiche o semplicemente a causa di consuetudini e regole distanti da noi. Il fotografo deve comunque sapersi rapportare col mondo altrui, pur non conoscendo la lingua del luogo. Gli strumenti utili sono tanti: la gentilezza, ad esempio, o anche il sorriso; cose fondamentali se si debbono abbattere (e capita spesso) le frontiere della diversità.

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D] B/N o colore?

R] Entrambi. La scelta dipende dalle situazioni. Stavo parlando con dei ragazzi che vivono sulle montagne albanesi. Mi hanno detto che dalle loro parti esistono degli odii familiari, spesso culminanti in promesse di morte di questo o quel bambino (con tanto di nome e cognome). Ecco che il malcapitato deve segregarsi in casa. Io vorrei raccontare tutto questo e, potendolo fare, userei il B/N per via della sua maggiore drammaticità. Che dire? Il colore è più solare, maggiormente vicino alla realtà, mano “astratto”. Anche qui si potrebbe discutere all’infinito, perché molti definiscono la fotografia a colori meno aderente alla realtà: questo per questioni di fedeltà cromatica. Per tornare alla domanda, è molto meglio non nascondersi dietro ai dogmi o alle false regole. Il risultato è quello che conta e le scelte dipende solo da quanto si vuole ottenere.

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D] Dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Bella domanda. La vita (non solo la carriera) mi ha restituito la soddisfazione di fare tante cose. Ho viaggiato molto, rispondendo ad un sogno che coltivavo sin da bambino; sono riuscito anche a diventare pilota di auto. Insomma, molti miei desideri hanno raggiunto un buon fine, persino quelli che mi avrebbero portato a lavorare (fotograficamente) tra i motori. Ho tanti progetti sempre nuovi, perché quelli vecchi li ho portati a termine: realizzandoli quasi tutti.

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D] Tu sei di Genova?

R] Esattamente.

D] La tua città ti ha offerto qualcosa, fotograficamente?

R] Sì, molto; perché è una città di mare in continua evoluzione, dove puoi trovare il porto più importante d’Europa. Genova nel tempo è cambiata ed io ho potuto assistere a tutte le sue metamorfosi: dall’epoca degli scaricatori (che vivevano nei vicoli); fino ad oggi, dove puoi incontrare genti di tutto il mondo. Una parte dell’area portuale è di proprietà di Singapore: questo per dirti a che punto siamo arrivati.

D] C’è molto campanile nelle tue parole, tanto amore per il porto: gli hai dedicato dei progetti?

R] Sì, e si chiama RePortEr: iniziato come un corso di fotografia, poi diventato qualcosa in più. I suoi riscontri sono stati utilizzati dal Genova Port Center per divulgare i valori del porto in ambito turistico. Esiste un exibit multimediale ufficiale, con all’interno le immagini dei miei allievi. Anche il Festival della Scienza (che si tiene a Genova) ha adottato quel filmato. Col tempo Reporter è diventato “Extreme”, interessandosi dei rimorchiatori d’altura, degli uomini che lavorano la notte, delle navi porta container.

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D] Il porto come capitale della fotografia…

R] Diciamo come luogo elettivo per stimoli fotografici. Tornando alla tua domanda recedente, Genova mi ha offerto tanto: la sua cultura ed anche un’infinita possibilità di progettare, fotograficamente è ovvio.

D] Mai fatto mostre?

R] No, mai. Le mostre non mi hanno mai attratto, forse perché non ne sono tagliato: essendo anche in difficoltà nell’atto di dover scegliere le immagini. Sono molto critico nei confronti di me stesso, ed anche questo è un deterrente. Quando guardo i miei lavori, non sono mai soddisfatto; riesco a recuperarli sono dopo alcuni anni, curiosando nell’archivio.

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D] Hai iniziato con l’analogico?

R] Sì, e non poteva essere diversamente. La mia prima macchina è stata una Closter (Costruzioni Fotografiche srl). Si trattava di una fotocamera con tre diaframmi e un solo tempo di esposizione. Mi era stata regalata dal padre. Altri tempi.

D] Qualche rimpianto per la pellicola?

R] Nessuno, assolutamente. I tempi cambiano e bisogna adeguarsi, anzi sarebbe opportuno essere in anticipo. Alcuni miei amici corrono con delle auto d’epoca, ma a me non piacciono: perché vanno piano! Insomma, non sono un nostalgico; viceversa amo velocità e prestazione.

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D] Curi personalmente il ritocco?

R] Certamente.

D] Attui un flusso di lavoro particolare?

R] Cerco di curare molto la ripresa. Intervengo con delicatezza, con applicativi differenti (non solo DPP o Photoshop); ma quel minimo lo faccio sempre, come il digitale prevede.

D] Quali ottiche preferisci usare?

R] Tutte quelle che servono a mettere in atto ciò che ho in testa, perché è lì che nasce l’immagine del fotografo. Quando vedo una “scena”, costruisco la fotografia nelle idee; solo dopo spero di avere con me l’ottica giusta. Tutte le lenti sono utili.

D] Non c’è una lente che utilizzi più spesso?

R] Ti rispondo dicendoti che faccio tanta fatica a portarmi dietro il corredo. Hai già capito che non voglio perdere alcuna opportunità. Certo, non mi mancano le preferenze; ma bisogna adattarsi: sempre.

D] Dimmi allora come si compone il tuo corredo…

R] Possiedo un po’ tutte le ottiche classiche: il 16 – 35 f/2,8; il 300; il 50; il 70 – 200. Un’ottica che ho apprezzato molto è il 24 – 105 f/4, stabilizzato. La sua resa è buona, in un ottimo rapporto qualità prezzo.

D] Su che corpi monti le tue ottiche?

R] Due EOS 5D Mark II e una EOS 7D.

D] Potessi scegliere, che foto scatteresti domani?

R] Vorrei già essere in Bolivia, sulle Ande: per un reportage sulle scuole, tra i bambini dimenticati.

D] Hai la possibilità di farti un augurio da solo: cosa ti dici?

R] Vorrei viaggiare tanto, fare tante cose e capire la luce. E’ poco? Aggiungerei un buon feeling

con le persone: per il reportage è essenziale.

Ringraziamo Ninno Idini per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.

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