Cartier-Bresson

Palazzo Grassi riapre con Cartier-Bresson e Nabil

Palazzo Grassi – San Samuele 3231, Venezia
11 – 26 febbraio 2021
Palazzo Grassi riapre al pubblico con le mostre Henri Cartier-Bresson. Le Grand JeuYoussef Nabil. Once Upon a Dream il giovedì e il venerdì, sino al 26 febbraio 2021 e con ingresso gratuito per tutti.

 

Palazzo Grassi – Punta della Dogana annuncia la riapertura al pubblico nelle giornate di giovedì e venerdì delle mostre in corso a Palazzo Grassi Henri Cartier-Bresson. Le Grand JeuYoussef Nabil. Once Upon a Dream, a partire da giovedì 11 febbraio e sino a venerdì 26 febbraio 2021. Sei giorni di apertura che Intuizione culturale desidera offrire gratuitamente a tutti coloro che non hanno ancora avuto la possibilità di visitare i due importanti progetti espositivi in corso o che avranno il piacere di farvi ritorno.

Un segnale positivo che Palazzo Grassi rivolge alla cittadinanza e a tutto il pubblico veneto aprendo gratuitamente le proprie sale per tutti i giorni di apertura delle mostre. Il termine delle mostre, inizialmente previsto al 20 marzo 2021, è stato anticipato per permettere immediato avvio del disallestimento e il conseguente svolgimento degli interventi già preventivati di manutenzione straordinaria del Palazzo, così da garantire la riapertura degli spazi al pubblico in autunno con una nuova programmazione espositiva e allo stesso tempo facilitare i lavori di allestimento della mostra Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu presso le sale della Bibliothèque nationale de France, sede della seconda tappa.

Aperte l’11 luglio 2020, le mostre attualmente allestite a Palazzo Grassi celebrano la fotografia attraverso due progetti monografici dedicati di due artisti molto diversi: il grande maestro Cartier-Bresson e il fotografo di origini egiziane Youssef Nabil.

Al primo piano Henri Cartier-Bresson viene raccontato con modalità inedite. Le Grand Jeu – ideato e coordinato da Matthieu Humery e realizzato con la Bibliothèque nationale de France, in collaborazione con la Fondation Henri Cartier-Bresson – mette a confronto lo sguardo di cinque curatori: il collezionista François Pinault, la fotografa Annie Leibovitz, il regista Wim Wenders, lo scrittore Javier Cercas e la conservatrice e direttrice del dipartimento di Stampe e Fotografia della Bibliothèque nationale de France Sylvie Aubenas. Ciascuno di loro è stato chiamato a selezionare 50 immagini dalla raccolta di 385 fotografie messa a punto da Cartier-Bresson in persona di tutta la sua produzione.

Youssef Nabil è il protagonista della mostra al piano superiore che, attraverso la particolare tecnica di intervento pittorico fotografica e filmica, illustra un Egitto leggendario. Curata da Matthieu Humery e Jean-Jacques Aillagon, invita a ripercorrere la carriera dai primi lavori video e fotografici, fino alle opere più recenti, seguendo un ritmo narrativo e trasognato, come in una fuga fantastica.

Le modalità di accesso e la fruizione delle mostre saranno regolate garantendo massima sicurezza per lo staff di accoglienza e per i visitatori. Per consentire una fruizione delle opere che sia il più possibile completa, il pubblico avrà a disposizione guide in formato digitale e cartaceo in italiano, inglese e francese.

Sul sito di Palazzo Grassi e sugli account social sono sempre a disposizione contenuti di approfondimento come interviste ai curatori o Youssef Nabil, visite guidate virtuali e focus tematici.

Le due esposizioni sono accompagnate dalla pubblicazione di un catalogo dedicato. Cartier-Bresson. Le Grand Jeu è co-edito da Palazzo Grassi Punta della Dogana, Marsilio Editore, Venezia e Bibliothèque nationale de France e contiene i contributi di ciascun curatore e del curatore generale Matthieu Humery, insieme ai testi critici di François Hébel, Agnès Sire, Aude Raimbault, della Fondation Henri Cartier Bresson.

Youssef Nabil. Once Upon a Dream è coedito da Palazzo Grassi Punta della Dogana e Marsilio Editore, Venezia, Editori, include il testo di Linda Komaroff, curatrice e responsabile del Dipartimento di Arte del Medio Oriente del museo LACMA di Los Angeles, e la conversazione tra lo scrittore André Aciman e Youssef Nabil.

 


 

Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu

Nuove date: 11/07/2020 – 20/03/2021
Palazzo Grassi
La mostra

Palazzo Grassi presenta la mostra “Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu” co-organizzata con la Bibliothèque nationale de France e in collaborazione con la Fondation Henri Cartier-Bresson. La mostra è un progetto inedito basato sulla Master Collection, una selezione di scatti operata dallo stesso Cartier-Bresson nel 1973, su invito di due amici collezionisti, Dominique e John de Menil. Fu infatti  lo stesso fotografo a scegliere, tra le proprie stampe a contatto, le 385 immagini che considerava  migliori. Esistono solamente 6 esemplari di questo prezioso nucleo dell’opera di Cartier-Bresson, custoditi rispettivamente presso il Victoria and Albert Museum di Londra, la University of Fine Arts  di Osaka, la Bibliothèque nationale de France, la Menil Foundation di Houston, ma anche presso la Pinault Collection e naturalmente presso la Fondation Henri Cartier-Bresson.

In occasione della mostra la Master Collection è stata sottoposta allo sguardo di cinque curatori d’eccezione: il collezionista François Pinault, la fotografa Annie Leibovitz, lo scrittore Javier Cercas, il regista Wim Wenders e la conservatrice Sylvie Aubenas. “Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu” non è dunque una mostra monografica e nemmeno una selezione di immagini legate a un tema, un periodo, o un’area geografica, quanto piuttosto il confronto tra cinque punti di vista sul lavoro dell’“Occhio del secolo”.

Come scrive Matthieu Humery, curatore generale della mostra “Il “gioco” del titolo, oltre a richiamare il tema della casualità, caro ai surrealisti, fa riferimento innanzitutto alla selezione compiuta dall’artista. Ricco di sfumature di significato, il termine evoca divertimento e svago, ma può rinviare anche all’insieme di regole, “le regole del gioco” a cui è necessario assoggettarsi. Tuttavia, in francese la parola “jeu” si avvicina a “je”, che significa “io”. Il “Grand Je” viene celebrato in primo luogo attraverso l’omaggio all’opera di un unico artista e, simultaneamente, attraverso l’“io” di ogni curatore che emerge, in controluce, nella scelta delle immagini.”

Le regole del gioco sono semplici: ognuno dei cinque curatori è stato invitato a selezionare una cinquantina di immagini dell’artista. Tale selezione è stata circoscritta agli scatti scelti dallo stesso Henri Cartier-Bresson contenuti nella Master Collection. Ogni curatore, inoltre, ha operato la propria selezione senza conoscere quella degli altri. Nello stesso modo l’allestimento, così come ogni elemento della mostra, è stato lasciato a discrezione di ciascun curatore. Il percorso risulta, quindi, essere composto da cinque esposizioni autonome e indipendenti tra loro. I cinque curatori ci raccontano in totale libertà la loro storia, le loro sensazioni e il ruolo che queste immagini posso no aver rappresentato per il loro lavoro e la loro vita. Ciascuno di questi allestimenti della mostra  conduce il visitatore ad arricchire lo sguardo sull’universo del fotografo e di ogni singolo curatore.

L’esposizione è accompagnata da un catalogo in tre lingue, pubblicato in co-edizione da Palazzo  Grassi – Punta della Dogana in collaborazione con Marsilio Editori, Venezia, e la Bibliothèque nationale  de France, che contiene testi firmati dai cinque curatori, da FranÇois Hébel, Agnès Sire, Aude  Raimbault, della Fondation Henri Cartier-Bresson, e da Matthieu Humery, curatore principale della  mostra. “Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu” sarà presentata alla Bibliothèque nationale de France a Parigi dal 13 aprile 2021 al 22 agosto 2021.

 

Estratti del catalogo

François Hébel, Agnès Sire, Aude Raimbault, Assemblare 

Siamo all’inizio degli anni settanta quando Henri Cartier-Bresson decide di mettere in pausa la sua  carriera di reporter e, convinto da Tériade, suo amico ed editore, torna alla sua prima passione, il  disegno.

Diventato fotografo per i casi della vita, colui che considerava «la fotografia come un’azione immediata e il disegno come una meditazione» non ha mollato la presa: a sessant’anni compiuti, doveva  «imparare ancora molte cose» e concentrarsi più che mai sul disegno. «Gli scheletri non si muovono» esclamò paradossalmente colui che aveva fermato il tempo con la sua Leica più di qualsiasi altro fotografo: frequentava infatti il museo di storia naturale di Parigi, affascinato dalle strutture ossee e dal loro silenzio.

Dopo vent’anni d’intensa attività con l’agenzia Magnum, per Henri Cartier-Bresson è giunto il mo mento di fare il punto sulla propria, ricchissima, produzione fotografica. Gli anni settanta, inoltre,  vedranno la pubblicazione di molte opere con Robert Delpire, tra le quali Henri Cartier-Bresson  photographe, nel 1979, e la selezione della celebre Master Collection, una sorta di testamento ai  sali d’argento.

John e Dominique de Menil, eredi della compagnia petrolifera Schlumberger, sostenitori della Ma gnum e amici di lunga data di Henri Cartier-Bresson, sono i mecenati che «hanno risvegliato» la  città di Houston con l’installazione della loro importante collezione d’arte negli edifici della Menil  Collection, progettati da Renzo Piano, proseguendo poi con altri interventi notevoli come la cap pella Rothko.

Discutendo con loro, Henri Cartier-Bresson deciderà di scegliere trecentottantacinque fotografie,  che saranno stampate nel 1973 da Georges Fèvre nel laboratorio Pictorial di Parigi: le stesse foto grafie entreranno a far parte della collezione dei mecenati e saranno esposte per la prima volta nel  1974 al Rice Museum di Houston. A volte definita Master Collection, a volte Grand Jeu, per gli in timi, questa raccolta è stata oggetto di una pubblicazione, sommaria ma efficace, della Universi ty of Arts di Osaka: un catalogo che è servito come riferimento tecnico per la Magnum e il labora torio Pictorial per molto tempo. Questa selezione era divenuta per Cartier-Bresson uno strumento  indispensabile per la comprensione della sua opera.

Egli deciderà di realizzare sei set completi nel formato 30 x 40 cm: uno di questi, l’unico disponibi le, è entrato a far parte della Pinault Collection. Oggi diventa oggetto di questo catalogo e di que sta mostra originale con l’appoggio, in alcuni casi, delle collezioni della Bibliothèque nationale de  France e della Fondation Henri Cartier-Bresson.

Non esiste nessun’altra raccolta di riproduzioni fotografiche di tale importanza, scelte da Cartier Bresson, a fini museali: in effetti, le altre cinque tirature sono ripartite con astuzia per il mondo nei  templi della cultura: la Menil Collection a Houston, la Bibliothèque nationale de France a Parigi,  il Victoria and Albert Museum a Londra, la University of Arts a Osaka e, infine, la Fondation Henri  Cartier-Bresson a Parigi. Henri Cartier-Bresson suggellava in tal modo con chiarezza il futuro del  proprio patrimonio fotografico con un’accessibilità abbastanza democratica ma controllata.

La decisione di affidare la mostra alla varietà degli sguardi di cinque curatori, che hanno orizzonti  molto diversi fra loro, ci è sembrata un’eccellente idea per risvegliare la curiosità, proprio come la  completa libertà che ciascuno di loro ha avuto nello scegliere una cinquantina d’immagini, alcune  delle quali necessariamente si ritroveranno anche nelle selezioni degli altri. Questo ha comportato un notevole impegno nel concepire l’allestimento e creare uno spazio identificabile per ciascuno degli sguardi dei curatori. Si tratta di una sfida nuova e inedita che ha come protagonista l’o pera di Henri Cartier-Bresson, e che tutto il team della Fondation HCB è lieto di vedere in mostra.

 

Matthieu Humery, Le regole del gioco 

Questa completa libertà offerta ai cinque curatori ha fatto sì che non avessimo alcuna idea sulla  direzione in cui sarebbero andate le loro scelte. Ed è stupendo che, da questo Grand Jeu, escano cinque testimonianze, intime e colte, in ognuna delle quali si può facilmente riconoscere la firma.  Per primo, il collezionista ci comunica, con semplicità, i motivi della sua affezione per queste opere d’arte. Poi si distingue l’occhio della fotografa grazie all’abbondanza d’immagini che rammenta no i provini, o il lavoro in camera oscura. Segue una narrazione per immagini sul filo di una visione,  dove lo scrittore interpreta l’universo di alcuni suoi autori-feticcio, rammentando inoltre la propria  terra natale attraverso i cortometraggi di Cartier-Bresson realizzati durante la guerra civile in Spagna. In seguito, la penombra ci immerge nell’universo degli studi cinematografici, dove il regista ri esce a far dialogare artefatti, immagini fisse e in movimento. Come epilogo, la visione storica della  conservatrice ripercorre i grandi principi che hanno forgiato l’opera del fotografo.

Attraverso il prisma composto dalle singole visioni del collezionista, della fotografa, dello scritto re, del cineasta e della conservatrice, scopriamo le suggestioni che hanno nutrito l’ispirazione del  fotografo. Tutte queste sensibilità permettono allo spettatore di avvicinarsi alle foto di Henri Cartier-Bresson da un’angolazione nuova. Ogni singola composizione riflette un’ulteriore sfaccettatura della sensibilità universale della sua opera. Questo progetto, segmentato e analizzato a diversi livelli, rivela la polifonia universale del Grand Jeu e mette in rilievo la grande importanza della  contestualizzazione dell’opera d’arte. Ogni mostra consiste nel creare dispositivi visivi che s’inseriscono in un ambiente preciso per rivelare le opere. Così la scelta del curatore influenza, in mo do deliberato o accidentale, la visione che può avere lo spettatore. Di fatto, attraverso il loro racconto, i cinque curatori creano un legame tra le opere e aprono nuove prospettive. E, in aggiunta,  ci svelano in tutta libertà la loro storia, i loro sentimenti e il posto che quelle immagini hanno pre so nel loro lavoro e nella loro vita.

Infine, questa mostra non è forse un ritratto per immagini di Annie Leibovitz, Javier Cercas, Sylvie  Aubenas, Wim Wenders o François Pinault? La selezione compiuta da quel corpus universale non  è forse un modo per mettere a nudo la personalità dei curatori? Vedere le opere di Cartier-Bresson  sotto un’altra luce rivelando una parte della personalità del curatore: è questa reversibilità, questa  doppia sfida, che fa della mostra un momento inedito per la comprensione della forza delle immagini dell’«occhio del secolo».

 

François Pinault, Il filo del tempo, banale e fantastico 

Collezionare significa cogliere il messaggio che un’opera ci invia: un’emozione, un ricordo, un’immagine di sé, reale o sognata. La mia collezione si è strutturata così, a poco a poco, intorno a opere diverse, fra pittura, scultura, video, installazioni e performance. La fotografia, anch’essa pre sente, non poteva prescindere da Henri Cartier-Bresson: l’universalità sensibile e accessibile della sua arte mi ha sempre colpito. Ecco perché non ho avuto nessuna esitazione al momento di acquisire la Master Collection, l’insieme, monumentale e intimo al contempo, che offre un panorama  eccezionale e commovente delle fotografie di questo artista leggendario. In parte devo la passio ne, che mi anima da oltre trent’anni, a tutti gli artisti che hanno saputo suscitare la mia curiosità e raccontare il perpetuo movimento della vita. Credo che una collezione – in ogni caso quel la che ho costituito io e che continuo ad arricchire – cerchi di trattenere qualcosa dell’ineluttabile  fuga del tempo. Le opere, e il dialogo che si crea fra di loro, sono l’espressione stessa della vita,  del suo dinamismo, della sua passione. Cartier-Bresson è un artista della vita furtiva, strampalata e quotidiana.

Una foto come Bougival, France, 1956 [003.] illustra dolcemente quegli istanti fugaci. È il ritrovar si di un operaio con la sua famiglia, dove si può notare la gioia negli sguardi, anche in quello che  noi non vediamo. Vera e propria antropologia visiva, le fotografie di Cartier-Bresson, in particolare quelle della Master Collection, sono un inno alla vita; conservano la traccia dei piccoli istanti di felicità che sfumano molto rapidamente e che tutti ben conosciamo, fissano una parte della  nostra umanità umile e semplice. Poiché Cartier-Bresson ha saputo tracciare così bene i contorni  della sua epoca, ritrovo in lui i colori della mia stessa vita. Quando ho cominciato a collezionare,  la mia sola ambizione era circondarmi di oggetti che mi piacessero, che suscitassero in me piace re semplicemente nel contemplarli.

Progressivamente, il mio sguardo si è affinato, educato e aperto. La conoscenza e la curiosità ci  portano verso territori sconosciuti e ci spingono a ulteriori scoperte. Ed è proprio in questo che,  senza dubbio, si trovano le similarità tra le mie aspirazioni di collezionista e la mia attività professionale: nella sete di esplorare orizzonti nuovi, di voler andare sempre un po’ più lontano.

Viaggiatore insaziabile, Cartier-Bresson ha saputo cogliere il mondo nella sua diversità. Nel corso  della sua carriera ha immortalato ogni classe sociale, ogni età e ogni visione della vita. Libero,  Cartier-Bresson ha scelto di scoprire il mondo e di non prendere in mano l’azienda di famiglia come  avrebbe voluto suo padre. La sua curiosità universale ha alimentato il mio interesse per l’arte.  Possedere un’opera di questo artista significa aprire una breccia nella quotidianità, impegnarsi  in un mondo nel quale la fotografia diviene un viaggio ininterrotto nel tempo e nello spazio. Con  l’acquisizione di una copia della Master Collection ho voluto condividere con il maggior numero  possibile di persone quello che lo stesso Cartier-Bresson considerava il meglio della propria arte  fotografica. Ciascuno spettatore può muoversi liberamente nel cuore di questo insieme e creare  un suo personale percorso. E credo sia stato proprio ciò a rendere attraente per me la Master  Collection: all’interno di una tale moltitudine, posso scegliere le fotografie con le quali ho creato  un rapporto più intimo, uno scambio singolare che mi colpisce particolarmente.

[…] Verità, semplicità, umiltà: ecco ciò che ai miei occhi caratterizza l’opera di Cartier-Bresson. Ed è  a queste che ho voluto restare fedele nella scelta che ho compiuto. Senza dubbio esiste un lega me con la mia passione per l’arte minimalista: mi piace che venga detto molto con pochi mezzi.  Così ho voluto una disposizione in mostra assai semplice, dove ogni opera ha il proprio posto senza tuttavia essere isolata dalle altre. La lettura di un’immagine non viene condizionata da quelle  che la circondano, ma lo spettatore è libero di inventare la narrazione che lega tra loro le foto. Per ché Cartier-Bresson è un narratore che non impone nulla, ma suggerisce tutto. Nel suo silenzioso  mondo in bianco e nero spuntano rumori e colori. Spetta a noi osservare e ascoltare bene per percepire la vita semplice, ma intensa, catturata nelle sue fotografie. È quello il segreto che ho cerca to di svelare, o almeno di perseguire a mio modo. Ed è a questo percorso attento e umile che invi to il visitatore in compagnia di un artista incomparabile.

 

Annie Leibovitz 

Vedere le opere di Cartier-Bresson mi ha fatto venire voglia di diventare fotografa. Ero una giovane  pittrice e studiavo al San Francisco Art Institute quando ho scoperto The World of Henri Cartier Bresson, un libro appena pubblicato. Non so se mi abbiano sedotta la parola world, mondo, oppure  le immagini. Ma per me era incredibile, esaltante, l’idea che la mia esistenza potesse diventare  quella di una fotografa che viaggia per il mondo e testimonia la vita delle persone, che guardare  potesse diventare una missione.

Volevo che la mia selezione di foto della Master Collection fosse plasmata dal ricordo di quello  che, inizialmente, ha avuto importanza per me in Cartier-Bresson. Il mio primo sguardo non dove va essere contaminato da troppe informazioni nuove, anche se mi sembrava fondamentale capi re cosa avesse motivato le sue scelte. Perché quelle fotografie? Cosa significa il sistema di nume razione? Sembrerebbero perlopiù classificate in funzione del paese o della regione geografica. Sia  come sia, mi sono servita della numerazione ufficiale per appendere, allineate su una parete del  mio studio, le foto che avevo stampato in formato scheda.

Ho cominciato scegliendo le immagini che hanno maggiormente influenzato il mio lavoro e lasciato  un’impronta indelebile nel mio spirito. Per me le più importanti sono probabilmente il ritratto di  Matisse [384.] e la foto del picnic in riva all’acqua [004.]. Sono in The World of Henri Cartier Bresson, ma ne ho scelte anche alcune che non vi figurano. Con il passare degli anni, a poco a poco  altre foto si sono aggiunte a quelle che mi avevano attratta all’inizio.

Le ho studiate tutte da professionista che ammira il talento e lo sguardo di Cartier-Bresson. Ma estro della composizione intuitiva, lavorava con una piccola macchina da 35 mm e un approccio  del tutto originale: definiva l’inquadratura e sceglieva cosa doveva apparire o meno nell’immagine, creando profondità e relazioni.

[…] Susan Sontag amava raccontarmi un aneddoto su Cartier-Bresson. Lei viveva a Parigi, in un piccolo  appartamento al terzo piano di un palazzo senza ascensore, riscaldato poco o niente. Cartier-Bresson era salito da lei facendo le scale di corsa. Era il 1972 e aveva superato i sessant’anni.  Susan era seduta su un divano, avvolta in un cappotto perché aveva freddo. Cartier-Bresson si  era accomodato su una sedia di fronte, con la Leica sulle ginocchia. Avevano parlato per qualche  minuto e, a intervalli regolari, lei sentiva uno scatto. Lui non ha mai portato l’apparecchio davanti  agli occhi, ma l’ha sempre tenuto sulle ginocchia. Dopo una decina di minuti, si è alzato dicendo: «Bene, andiamo a mangiare». Sono usciti e sono andati al ristorante.

La Leica aveva il telemetro e Cartier-Bresson sapeva quale distanza ci sarebbe stata tra lui e Susan  in quel piccolo appartamento, quindi aveva regolato l’esposizione in precedenza. Era pronto:  l’obiettivo era senza tappo, la Leica non era in una borsa, lui non aveva il flash. Altri grandi fotografi  hanno ripreso Susan, ma il ritratto di Cartier-Bresson resta fra i più belli: è riuscito a cogliere la sua  intelligenza e il suo carisma.

 

Javier Cercas, L’imminenza di una rivelazione 

Nel 1845, Gustave Flaubert scriveva: «Perché una cosa sia interessante, è sufficiente guardarla a  lungo». Nel caso delle fotografie di Henri Cartier-Bresson avviene l’esatto contrario: basta guardarle una volta per trovarle interessanti. Tuttavia, anche se le osserviamo a lungo, è possibile che  alcune non comunichino appieno il loro significato, come se fossero state create per dire qualcosa di diverso ogni volta che vi posiamo lo sguardo, o come se ciò che vogliono dire non venisse mai  svelato del tutto.

Almeno è questa l’impressione che ho provato vedendo per la prima volta le trecentottantacinque fotografie che Cartier-Bresson ha scelto nel 1973 su richiesta dei vecchi amici John e Dominique de Menil: nell’autunno 2018, Matthieu Humery me le ha inviate per fare la mia selezione in occasione  della mostra che si sarebbe tenuta prima a Palazzo Grassi a Venezia e poi alla Bibliothèque nationale de France a Parigi. Naturalmente allora avevo già visto numerose fotografie di Cartier-Bresson,  spesso senza sapere che fossero sue: la mia ignoranza sul loro autore era quasi assoluta e la mia  selezione non obbedisce affatto a criteri estetici, storici o biografici, ma al puro impatto che quelle  immagini hanno avuto su di me, alla loro semplice potenza visiva o alla loro capacità di parlarmi.  In sostanza, ho adottato un criterio molto più istintivo che intellettuale. Nel preparare questa  antologia, ho capito però che l’opera di Cartier-Bresson era strettamente legata, e in maniera  insperata, ai miei lavori, ai miei interessi o alle mie problematiche di scrittore. È anche vero che  ho subito notato un’involontaria coerenza nella mia selezione, e ho desiderato renderla visibile nel  modo di disporre le fotografie in mostra. Le ho ordinate nello stesso modo in cui strutturo i miei  libri, e in cui organizzo la musica che mi piace – da quella barocca al rock’n’roll –, ovvero in funzione  delle ripetizioni e variazioni degli stessi temi, dei tratti, dei modi o delle tonalità che affiorano qui  e là, scompaiono e riappaiono. Nel nostro caso, gli elementi sono quattro in particolare. Il primo  è il fatto che, in molte fotografie di Cartier-Bresson, l’essenziale sembra trovarsi non all’interno  della foto stessa, nell’inquadratura, ma al di fuori, come se il centro dell’immagine fosse assente  e fosse possibile immaginarlo solo grazie all’effetto che esercita sulle persone che lo osservano,  lo aspettano o lo temono. Il secondo punto è quello che potremmo definire l’accentuazione  onirica del reale. Sappiamo che, nella sua giovinezza, Cartier-Bresson era stato molto vicino ai  surrealisti e che il surrealismo ha lasciato una traccia indelebile nelle sue opere: questo spiega  la logica allucinata che tanto spesso sembra dominare la realtà delle sue fotografie. Di fatto,  alcune immagini sembrano uscite direttamente da un sogno, o meglio da un incubo. Il terzo punto  è la violenza, soprattutto la violenza delle guerre o delle rivoluzioni. L’ultimo, infine, è la realtà  spagnola, secondo molti fondamentale per Cartier-Bresson dopo la sua esperienza durante la  guerra civile; per questo ho voluto alternare in mostra tre filmati di propaganda e sostegno alla  Seconda repubblica spagnola che il fotografo francese ha ripreso durante il conflitto, come una  specie di foto in movimento a ricordo della sua cinefilia (per un certo periodo fu assistente alla  regia di Jean Renoir).

[…]  È vero? Il reportage può elevarsi al rango di arte senza manipolare la realtà, senza darle forma e  senza smettere in questo di essere giornalismo? L’arte può essere reportage senza cadere nel caos  e senza smettere di essere arte? L’arte può essere una forma di reportage, e il reportage una forma  d’arte? Tutto questo non è forse un ossimoro? La migliore risposta di Cartier-Bresson a queste domande sono le sue fotografie; la seconda migliore risposta, il suo celebre concetto dell’«istante  decisivo», un’espressione ispirata al cardinale di Retz. Secondo quell’idea, la missione del  fotografo consiste nello sviluppo del talento, dell’intuizione e della pazienza necessarie a cogliere  quell’istante misterioso in cui l’inestricabile disordine del reale sembra ordinarsi e comunicare un  senso, o l’illusione di un senso o, meglio ancora (per riprendere le parole di Borges), l’imminenza  di una rivelazione che non si produce. Non si tratta di ritoccare la realtà, di costruire con il suo  caos una forma che la realtà non possiede in sé – è ciò che l’arte fa da sempre, quello che faceva,  per esempio, Irving Penn, se si vuole citare un fotografo contemporaneo di Cartier-Bresson –, ma  di scoprire un ordine e un significato, oppure l’illusione di un significato, nel magma informe della  realtà, di aspettare fino a coglierlo, come colui che afferra una mosca in pieno volo. Di questa magia  – di questo paradossale sforzo per conciliare l’inconciliabile – sono fatte le migliori fotografie di  Cartier-Bresson. Forse anche, chissà, le migliori fotografie tout court.

 

Wim Wenders, Occhio per occhio (in senso nuovo, non nel vecchio significato di “vendetta”) 

Ricordo l’unica volta in cui l’ho incontrato, a Parigi. Fu in occasione di una festa, alla fine degli an ni ottanta. C’era molta altra gente, e abbiamo passato solo poco tempo da soli. Quando tutti se  ne stavano andando, lui si offrì di riaccompagnarmi in albergo. All’improvviso ci ritrovammo nella  sua utilitaria, noi due soli. Lo guardai. Sembrava genuino, gentile, premuroso e anche un po’ fragile. Stava attento al traffico e guidava in silenzio. Io ero molto intimidito…

I ricordi si sono ormai fatti confusi. Perché mai non gli ho chiesto niente?! Quando guardo le sue fo to, mi appare ancora il suo profilo silenzioso dietro il volante, ma il suo viso non risponderà alla mia  domanda. Ormai niente lo farà, a eccezione delle sue fotografie. E in particolare questa selezione  di trenta per la quale mi sento stranamente responsabile. Perché avevo scelto quelle e non altre?

Mi ero affidato esclusivamente alla mia reazione istintiva alla Master Collection che avevo  sparpagliato sul pavimento del mio studio. Le trenta foto erano quelle che mi avevano detto  di più. Ma non rappresentavano forse i miei sentimenti personali, come fossero uno specchio,  anziché aprire agli altri una “comprensione” di Henri Cartier-Bresson? Se le sue fotografie fossero  l’espressione del suo atteggiamento verso il mondo, qualcuno che non ha mai visto i suoi lavori  riuscirebbe a estrapolare il suo approccio partendo da questa selezione? Di nuovo il dubbio…

Allora ho rimesso sul pavimento la mia selezione di fotocopie e ho cercato di restare cieco il più  possibile alla mia “immagine specchiata”, al mio gusto, alle mie preferenze, e ho cercato soltanto di decifrare il volto dietro il volante. Chi era Henri Cartier-Bresson? Che cosa mi dicevano quel le foto di ciò che lo motivava?

Le ho messe nell’ordine in cui avevo in mente di disporle sulla parete. Se in principio può sembra re casuale, so, per esempio grazie alle playlist musicali, quanto sia fondamentale la canzone che  ascolti per prima, e quale brano ti porta a un altro.

Certo, questa particolare sequenza sul pavimento era ancora una volta la mia riflessione – in entrambi i sensi della parola – ma non serviva alterare quell’ordine e metterlo in discussione. Cerca re di decifrare Henri Cartier-Bresson era semplicemente impossibile senza accettare la mia soggettività. Eppure, “dietro” la mia simpatia, l’affetto, la mia risposta alle sue opere, dovevo trovare una sovrapposizione per riconoscerlo, una comprensione dell’uomo.

[…] Adesso capisco molto meglio che cosa mi ha colpito! Non solo vedo che tutte quelle persone oggi si mostrano a me (e anche a voi) come se fossimo in contatto diretto, come se il “nostro rap porto” non fosse passato attraverso l’obiettivo della Leica di Henri Cartier-Bresson. Naturalmente  è così, ma il mistero è che, qualsiasi legame ci sia stato fra lui e loro, non interferisce con il nostro  modo di vederli oggi. Ci sono una franchezza e un’immediatezza che potremmo riconoscere nel la nostra abitudine contemporanea di scattare con gli smartphone, e in tutte le foto che facciamo senza ritenerle fotografie vere e proprie, selfie compresi. Non è facile da identificare precisamente, ma in quei ritratti di Henri Cartier-Bresson c’è qualcosa che sfida in toto il periodo in cui sono  stati realizzati.

 

Sylvie Aubenas, Linee di vita, linee di fuga 

Ho cominciato leggendo – non tutto, visto che è impossibile e senza dubbio inutile – ma molto, e  il meglio di ciò che è stato scritto su HCB, oltre a varie sue dichiarazioni, in particolare quelle del le interviste. Un lavoro preliminare da conservatrice.

Nella sua carriera, saltano agli occhi diverse caratteristiche che lo distinguono al di là del suo  immenso talento: la comprensione pionieristica e intuitiva, fin dagli esordi, dell’importanza delle  mostre e dei libri per un fotografo del XX secolo, il modo che aveva di organizzare e riorganizzare la  propria opera nei momenti cruciali della vita, in particolare eliminando alcune immagini, e infine i  termini categorici e lapidari che sceglieva per annunciare il proprio concetto di fotografia.

All’interno di un’organizzazione molto rigorosa, quasi rigida, questo grande borghese, letterato,  innamorato della pittura, quest’uomo che nei suoi testi e nelle interviste parla più volentieri di Proust o Cézanne che di fotografia, questo carattere inafferrabile che coltiva con piacere apparenti  paradossi, ha costruito un’opera fotografica splendida per leggerezza, empatia, umanità,  umorismo e, con la sua Leica incollata all’occhio, ha attraversato oltre quarant’anni del XX secolo  e della storia della fotografia.

Tale dualismo è l’applicazione pratica, che HCB proseguirà per tutta la vita, della grande lezione  appresa dal suo primo professore, il pittore André Lhote, che ripeteva ai suoi allievi che non esiste libertà senza disciplina.

[…] A partire dagli anni cinquanta, i suoi testi, e in particolare le sue interviste, sono parte integrante  della costruzione e dell’organizzazione della sua opera: enunciano alcuni principi molto semplici,  sempre gli stessi, sul modo in cui usa la Leica con un obiettivo da 50 mm che viene descritto co me il prolungamento del suo occhio, l’oggetto più vicino alla visione umana, o la sua passione per  il tiro al bersaglio fotografico: «Il tiro al bersaglio. Catturare lo scatto, se vuole. È la mia passione  […] Il risultato non mi interessa. […] conta solo il tiro1».

HCB consegna le sue tavole della legge fotografica: privilegia l’umano, il caso, l’accidentale, il fortuito meraviglioso che sposa così surrealismo e fotogiornalismo, il «caso oggettivo», l’«esplosivo  fisso», teorizza la preferenza per il bianco e nero, ricorda l’assoluto rispetto che esige dai giornali per le didascalie che indica, l’inquadratura con la sola luce naturale, senza mai usare il flash, il  formato rettangolare e non quadrato, la qualità della stampa che deve essere morbida e riflettere  la luce nel momento dello scatto, la grande fedeltà al rituale della stampa da Picto, nato dalla sua vecchia amicizia con Pierre Gassman, fondatore del laboratorio, il disinteresse dimostrato per le  stampe vintage e la rivendicata incomprensione per il mercato della fotografia.

Più diventa famoso, più afferma il suo odio per la celebrità, l’assoluto rifiuto di potere, onori, decorazioni, inquadramenti. Si proclama anarchico, libertario, ateo e tiene soprattutto alla propria libertà e alla propria indipendenza. Proclama a gran voce la preferenza per determinati scrittori –  Proust, Stendhal, Rimbaud, Baudelaire, Joyce, Beckett, Gracq – … e alcuni pittori – Paolo Uccello,  Pierre Bonnard, Matisse, Cézanne, van Eyck –… e pone la pittura molto al di sopra della fotografia.

Quando, nella primavera del 1972, i collezionisti francoamericani John e Dominique de Menil, suoi  amici intimi, gli chiedono di scegliere una serie di immagini per la loro collezione in un periodo  chiave della sua vita – sta per lasciare la Magnum e rinunciare alla fotografia professionale –, si  presenta per lui l’occasione ideale per ripercorrere e ricomporre le sue fotografie. La proposta dei  de Menil gli consente di utilizzare tutta la sua opera, ormai quasi compiuta, come un’enorme lastra a contatto nella quale cerchia specificamente trecentottantacinque immagini. Le classifica  per paese, ma non in ordine cronologico, cominciando dal Belgio e terminando con ritratti scattati  un po’ ovunque. Luoghi, viaggi e, per finire, uno zoom sull’uomo. HCB considera questa raccolta il  suo testamento visivo. Questi trecentottantacinque scatti scelti, questi fermo immagine, costituiranno il vivaio quasi esclusivo per diversi libri curati da lui stesso e da Robert Delpire: quello edito da Aperture nel 1976; il «Photo Poche» del 1982 (il secondo volume della mitica collezione dopo  quello di Nadar); Henri Cartier-Bresson photographe del 1979. Anche la mostra omaggio del 1979  ai Rencontres d’Arles attinge a queste trecentottantacinque immagini. E, per finire, questa scelta  getta le basi del periodo che, dal 1972 alla sua morte nel 2004, lo vedrà dedicarsi come artista al disegno e, in parallelo, alla valorizzazione della propria opera fotografica del passato. Scegliendo a mia volta cinquantatre immagini tra quelle che lui considerava «stampe perfette del le mie foto migliori2», mi sono lasciata guidare dalle opere e confortare dalle mie letture. Cinquantatre è anche il numero di carte di un mazzo più un jolly.

Il jolly è la prima immagine presentata: i protagonisti di un gioco d’azzardo (208). La seconda, il  celebre dormiente e il suo doppio (109), evoca il debutto surrealista di HCB e la forza dell’inconscio che tormenta l’artista.

Poi le immagini sono raggruppate per insiemi: ciascuno rappresenta una linea di forza, un sogget to ricorrente, una caratteristica dell’opera, un’ossessione, un modo in cui HCB ha cambiato la no stra visione della fotografia. Come le linee sul palmo della mano dell’autore, che a volte possono  incrociarsi o sovrapporsi. Si tratta di proposte di chiavi di lettura per meglio apprezzare l’insieme  della sua opera.

Sono insiemi e sequenze che non sono tematiche né cronologiche: meglio dire che dovrebbero co stituire la visione del mondo secondo HCB. Sono illustrazioni della celebre professione di fede del  loro autore: «Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore. È un mo do di vivere».

¹ Si parla sempre troppo, in Henri Cartier-Bresson: vedere…, cit., p. 124.

² Lettera a John de Menil, inizio maggio 1972, Menil Archives, Houston.

 

Elenco delle opere

François Pinault

003. – 1/5

Bougival, France, 1956

35,6 x 23,9 cm

004. – 1/5

Dimanche sur les bords de Seine, France, 1938

23,8 x 35,5 cm

015. – 1/5

Villandry, France, 1953

35,5 x 23,9 cm

016. – 1/5

Eure-et-Loire, France, 1968

35,7 x 24 cm

019. – 1/5

20e arrondissement, Paris, France, 1937

35,9 x 24,1 cm

021. – 1/5

Visite du roi George VI, Versailles, France, 1938

35,5 x 23,7 cm

028. – 1/5

Premiers congés payés, bords de Marne, France, 1936

23,8 x 35,6 cm

038. – 1/5

La Beauce, France, 1960

23,9 x 35,6 cm

040. – 1/5

Chartres, France, 1968

35,7 x 23,9 cm

041. – 1/5

Les Halles, Paris, France, 1968

35,7 x 23,8 cm

051. – 1/5

Les 24 heures du Mans, France, 1966

23,9 x 35,5 cm

052. – 1/5

Moussages, France, 1969

23,9 x 35,7 cm

053. – 1/5

Paris, France, 1951

23,9 x 35,5 cm

065. – 1/5

Un membre de l’Académie Française, cathédrale Notre-Dame, Paris, France, 1953

35,4 x 23,9 cm

101. – 2/5

Cordoue, Espagne, 1933

35,6 x 24,1 cm

109. – 2/5

Barrio Chino, Barcelone, Espagne, 1933

35,2 x 23,7 cm

121. – 2/5

Livourne, Italie, 1933

35,5 x 23,9 cm

133. – 2/5

Près de Rome, Italie, 1952

23,9 x 35,5 cm

137. – 2/5

Cirigliano, Italie, 1951

23,8 x 35,3 cm

138. – 2/5

Orgosolo, Italie, 1962

23,5 x 35 cm

151. – 2/5

Hyde Park, Londres, Angleterre, 1937

23,8 x 35,4 cm

164. – 3/5

Cork, Irlande, 1962

23,9 x 35,6 cm

172. – 3/5

Dessau, Allemagne, mai-juin 1945

24,6 x 35,9 cm

190. – 3/5

Pskov, Russie, URSS, 1973

23,7 x 35,2 cm

198. – 3/5

Jour de l’Indépendance, Cape Cod, États-Unis, 4 juillet 1947

35,7 x 23,8 cm

205. – 3/5

Boston, États-Unis, 1947

24 x 35,6 cm

208. – 3/5

Las Vegas, États-Unis, 1947

23,8 x 35,6 cm

215. – 3/5

Manhattan, New York, États-Unis, 1935

23,9 x 35,5 cm

219. – 3/5

San Antonio, États-Unis, 1947

23,8 x 35,4 cm

220. – 3/5

Harlem, New York, États-Unis, 1947

23,9 x 35,6 cm

224. – 3/5

Gallup, Nouveau Mexique, 1947

23,9 x 35,6 cm

228. – 3/5

Manhattan, New York, États-Unis, 1963

24 x 35,6 cm

237. – 4/5

Montréal, Canada, mai 1965

23,9 x 35,7 cm

255. – 4/5

Gaziantep, Turquie, 1964

23,9 x 35,6 cm

256. – 4/5

Le souk, Istanbul, Turquie, 1964

35,4 x 23,8 cm

257. – 4/5

Un café turc, Mostar, Yougoslavie, 1965

23,8 x 35,6 cm

262. – 4/5

Mexico, Mexique, 1934

36,2 x 24,2 cm

269. – 4/5

Mexico, Mexique, 1963

35,6 x 24,1 cm

270. – 4/5

Los Remedios, Mexique, 1963

23,9 x 35,5 cm

343. – 5/5

Colette, Paris, France, 1952

35,5 x 23,4 cm

347. – 5/5

Georges Rouault, Paris, France, 1944

35,8 x 24,3 cm

357. – 5/5

Koen Yamaguchi, Kyoto, Japon, 1965

35,3 x 24 cm

360. – 5/5

Pierre Jean Jouve, Paris, France, 1964

35,4 x 23,8 cm

361. – 5/5

Alberto Giacometti, rue d’Alésia, Paris, France, 1961

35,6 x 24 cm

362. – 5/5

Paul Léautaud, Fontenayaux- Roses, France, 1952

35,8 x 23,8 cm

363. – 5/5

Marc Chagall, Saint-Jean- Cap-Ferrat, France, 1952

35,6 x 23,9 cm

370. – 5/5

Alexander Calder, Saché, France, 1970

35,4 x 23,7 cm

375. – 5/5

André Malraux à son bureau, ministère de la Culture, Paris, France, 1968

35,2 x 23,7 cm

377. – 5/5

Vigneron, Cramont, France, 1960

35,6 x 23,9 cm

381. – 5/5

Maison de retraite, Suède, 1956

35,5 x 23,8 cm (40 x 30,1 cm)

382. – 5/5

Robert Flaherty, Louisiane, États-Unis, 1947

35,8 x 24 cm

Annie Leibovitz 

003. – 1/5

Bougival, France, 1956

35,6 x 23,9 cm

004. – 1/5

Dimanche sur les bords de Seine, France, 1938

23,8 x 35,5 cm

008. – 1/5

Hyères, France, 1932

23,9 x 35,7 cm

013. – 1/5

La Seine, France, 1955

23,9 x 35,6 cm

014. – 1/5

Libération, près de Strasbourg, France, 1944

24 x 35,4 cm

028. – 1/5

Premiers congés payés, bords de Marne, France, 1936

23,8 x 35,6 cm

039. – 1/5

Beynac, France, 1956

24 x 35,7 cm

054. – 1/5

Plâtriers, quai de Javel, Paris, France, 1932

24,6 x 36 cm

055. – 1/5

Funérailles des victimes de Charonne, Paris, France, 13 février 1962

23,9 x 35,6 cm

069. – 1/5

Mardi gras, Tarascon, France, 1959

23,9 x 35,6 cm

088. – 2/5

Square du Vert-Galant et pont Neuf, île de la Cité, Paris,  France, 1951

24 x 35,6 cm

092. – 2/5

Vernissage de l’« Expo 72 », Grand Palais, Paris, France,  16 mai 1972

23,8 x 35,5 cm

093. – 2/5

Dans un commissariat, Paris, France, 1962

23,9 x 35,4 cm

099. – 2/5

Madrid, Espagne, 1933

24,2 x 35,8 cm

102. – 2/5

Alicante, Espagne, 1933

35,2 x 23,8 cm

103. – 2/5

Alicante, Espagne, 1933

23,9 x 35,6 cm

113. – 2/5

Castille, Espagne, 1963

23,8 x 35,5 cm

116. – 2/5

Madrid, Espagne, 1933

23,9 x 35,5 cm

117. – 2/5

Séville, Espagne, 1933

23,9 x 35,4 cm

130. – 2/5

Naples, Italie, 1960

23,8 x 35,5 cm

135. – 2/5

Enterrement d’un paysan, Acettura, Italie, 1951

24 x 35,7 cm

157. – 3/5

Liverpool, Angleterre, 1962

23,8 x 35,4 cm

169. – 3/5

Mur de Berlin-Ouest, Allemagne, 1962

23,8 x 35,5 cm

173. – 3/5

Dessau, Allemagne, mai-juin 1945

24 x 35,6 cm

186. – 3/5

Lac Sevan, Arménie, URSS, 1972

23,9 x 35,5 cm

191. – 3/5

Fête de Saint-Georges, Télavie, Géorgie,URSS, 1972

24,3 x 36 cm

194. – 3/5

Forteresse Pierre-et-Paul sur la rivière Neva, Leningrad, Russie, URSS, 1973

23,8 x 35,6 cm

215. – 3/5

Manhattan, New York, États-Unis, 1935

23,9 x 35,5 cm

219. – 3/5

San Antonio, États-Unis, 1947

23,8 x 35,4 cm

236. – 4/5

Université de Berkeley, États-Unis, 1967

23,4 x 35,6 cm

243. – 4/5

Île de Sifnos, Grèce, 1961

23,7 x 35,3 cm

265. – 4/5

Prostituées, calle Cuauhtemoctzin, Mexico, Mexique, 1934

24 x 35,7 cm

266. – 4/5

Mexico, Mexique, 1934

23,9 x 35,7 cm

285. – 4/5

Funérailles de l’acteur Danjuro, Tokyo, Japon, 1965

23,8 x 35,5 cm

290. – 4/5

Mendiants, Kerala, Inde, 1966

24 x 35,7 cm

296. – 4/5

Funérailles de Gandhi, Delhi, Inde, 31 janvier 1948

24 x 35,6 cm

300. – 4/5

Srinagar, Inde, 1948

24 x 35,6 cm

313. – 5/5

Danse Barong, village de Batubulan, Bali, Indonésie, 1949

23,4 x 35,4 cm

325. – 5/5

Derniers jours du Kuomintang, Shanghai, Chine, décembre 1948 – janvier 1949

23,7 x 35,3 cm

337. – 5/5

Jean-Paul Sartre, pont des Arts, Paris, France, 1946

35,5 x 23,9 cm

342. – 5/5

Ezra Pound, 1971

35,7 x 24 cm

351. – 5/5

Alberto Giacometti à la galerie Maeght, Paris, France, 1961

35,6 x 23,9 cm

353. – 5/5

Igor Stravinsky, New York, États-Unis, 1967

23,8 x 35,5 cm

359. – 5/5

Joe, trompettiste de jazz, et sa femme May, New York, États-Unis, 1935

35,6 x 24,1 cm

361. – 5/5

Alberto Giacometti, rue d’Alésia, Paris, France, 1961

35,6 x 24 cm

366. – 5/5

Alexey Brodovitch, New York, États-Unis, 1962

23,8 x 35,6 cm

383. – 5/5

Alfred Stieglitz, New York, États-Unis, 1946

24 x 35,3 cm

384. – 5/5

Henri Matisse à son domicile, Vence, France, 1944

23,8 x 35,5 cm

385. – 5/5

Irène et Frédéric Joliot-Curie, France, 1944

35,8 x 24,3 cm

Javier Cercas 

001. – 1/5

Bruxelles, Belgique, 1932

24,1 x 35,7 cm

014. – 1/5

Libération, près de Strasbourg, France, 1944

24 x 35,4 cm

020. – 1/5

Rue Mouffetard, Paris, France, 1952

35,7 x 24 cm

023. – 1/5

Brasserie Lipp, Saint-Germain-des-Près, Paris, France, 1969

35,4 x 23,7 cm

034. – 1/5

Paris, France, 1964

35,6 x 24 cm

036. – 1/5

Marseille, France, 1932

24 x 35,7 cm

047. – 1/5

Lourdes, France, 1958

23,8 x 35,6 cm

048. – 1/5

Simiane-la-Rotonde, France, 1969

23,9 x 35,7 cm

064. – 1/5

Bal annuel de l’École Polytechnique, Opéra Garnier, Paris, France, 1968

35,6 x 24 cm

066. – 1/5

Briançon, France, 1951

35,7 x 24 cm

068. – 1/5

Rue de la Boétie, Paris, France, 1953

35,7 x 24 cm

069. – 1/5

Mardi gras, Tarascon, France, 1959

23,9 x 35,6 cm

090. – 2/5

Libération de Paris, rue Saint-Honor., France, 22-25 août 1944

23,9 x 35,6 cm

095. – 2/5

Cimetière de Douaumont, Verdun, France, 1972 23,6 x 35,3 cm

096. – 2/5

Valence, Espagne, 1933

24,2 x 35,8 cm

099. – 2/5

Madrid, Espagne, 1933

24,2 x 35,8 cm

100. – 2/5

Gitans, Grenade, Espagne, 1933

23,8 x 35,3 cm

102. – 2/5

Alicante, Espagne, 1933

35,2 x 23,8 cm

115. – 2/5

Séville, Espagne, 1933

23,9 x 35,5 cm

116. – 2/5

Madrid, Espagne, 1933

23,9 x 35,5 cm

122. – 2/5

Dorgali, Italie, 1962

35,6 x 23,9 cm

124. – 2/5

Scanno, Italie, 1951

35,5 x 23,9 cm

129. – 2/5

Rome, Italie, 1951

35,5 x 24,1 cm

130. – 2/5

Naples, Italie, 1960

23,8 x 35,5 cm

135. – 2/5

Enterrement d’un paysan, Acettura, Italie, 1951

24 x 35,7 cm

139. – 2/5

Rome, Italie, 1951

23,8 x 35,6 cm

144. – 2/5

Sienne, Italie, 1933

35,6 x 24,1 cm

147. – 2/5

Couronnement du roi George VI, Trafalgar Square, Londres, Angleterre, 12 mai 1937

35,6 x 23,8 cm

149. – 2/5

Derby d’Epsom, Angleterre, 1955

23,7 x 35,5 cm

154. – 2/5

Ascot, Angleterre, 1953

35,4 x 23,8 cm

155. – 2/5

Couronnement du roi George VI, Trafalgar Square,  Londres, Angleterre, 12 mai 1937

35,7 x 23,8 cm (40,7 x 30,7 cm)

156. – 3/5

Funérailles du roi George VI, Trafalgar Square, Londres, Angleterre, 21 février 1952

35,4 x 23,6 cm

165. – 3/5

Dublin, Irlande, 1952

23,9 x 35,4 cm

169. – 3/5

Mur de Berlin-Ouest, Allemagne, 1962

23,8 x 35,5 cm

170. – 3/5

Mur de Berlin Ouest, Allemagne, 1962

35,4 x 23,7 cm

175. – 3/5

Pause déjeuner, Brême, Allemagne, 1962

23,8 x 35,5 cm

183. – 3/5

Parc des expositions, Pavillon de l’atome, Moscou, URSS, 1972

35,5 x 23,9 cm

186. – 3/5

Lac Sevan, Arménie, URSS, 1972

23,9 x 35,5 cm

187. – 3/5

Dimanche matin, Moscou, Russie, URSS, 1972

35,5 x 23,7 cm

194. – 3/5

Forteresse Pierre-et-Paul sur la rivière Neva, Leningrad, Russie, URSS, 1973

23,8 x 35,6 cm

204. – 3/5

Downtown, Manhattan, New York, États-Unis, 1947

35,2 x 23,5 cm

206. – 3/5

Bowery, Manhattan, New York, États-Unis, 1947

35,4 x 23,7 cm

240. – 4/5

Acropole, Bergama, Turquie, 1964

23,8 x 35,3 cm

243. – 4/5

Île de Sifnos, Grèce, 1961

23,7 x 35,3 cm

251. – 4/5

Athènes, Grèce, 1953

35,5 x 23,9 cm

265. – 4/5

Prostituées, calle Cuauhtemoctzin, Mexico, Mexique, 1934

24 x 35,7 cm

268. – 4/5

Mexico, Mexique, 1963

35,3 x 23,7 cm

276. – 4/5

Oaxaca, Mexique, 1963

23,9 x 35,6 cm

278. – 4/5

Volcan, Popocatépetl, Mexique, 1963

23,9 x 35,4 cm

284. – 4/5

Quartier Hakodate, Hokkaido, Japon, 1965

23,7 x 35,3 cm

290. – 4/5

Mendiants, Kerala, Inde, 1966

24 x 35,7 cm

297. – 4/5

Funérailles de Gandhi, Delhi, Inde, 31 janvier 1948

35,6 x 24 cm

315. – 5/5

Un eunuque de la Cour impériale de la dernière dynastie, Beijing, Chine, décembre 1948

35,8 x 24 cm

336. – 5/5

William Faulkner, Oxford, États-Unis, 1947

35,6 x 23,9 cm

342. – 5/5

Ezra Pound, 1971

35,7 x 24 cm

358. – 5/5

Samuel Beckett, Paris, France, 1964

23,8 x 35,4 cm

376. – 5/5

Albert Camus, Paris, France, 1944

24,7 x 35,8 cm

 

Wim Wenders 

001. – 1/5

Bruxelles, Belgique, 1932

24,1 x 35,7 cm

007. – 1/5

Derrière la gare Saint-Lazare, place de l’Europe, Paris, France, 1932

35,8 x 24 cm

008. – 1/5

Hyères, France, 1932

23,9 x 35,7 cm

025. – 1/5

Lorraine, France, 1959

23,8 x 35,4 cm

032. – 1/5

La Villette, Paris, France, 1929

35,5 x 24,7 cm

035. – 1/5

Quai Saint-Bernard, Paris, France, 1932

23,9 x 35,6 cm

048. – 1/5

Simiane-la-Rotonde, France, 1969

23,9 x 35,7 cm

060. – 1/5

Meeting politique, parc des expositions, porte de Versailles, Paris, France, 1953

23,9 x 35,8 cm

066. – 1/5

Briançon, France, 1951

35,7 x 24 cm

067. – 1/5

Ménilmontant, Paris, France, 1969

35,5 x 23,9 cm

078. – 2/5

Hambourg, Allemagne, 1952

23,9 x 35,7 cm

079. – 2/5

Queyras, France, 1960

24 x 35,7 cm

081. – 2/5

Promotion immobilière, Deauville, France, 1973

23,7 x 35,5 cm

084. – 2/5

Jardin des Tuileries, Paris, France, 1969

24,1 x 35,7 cm

085. – 2/5

Jardins du Palais-Royal, Paris, France, 1959

35,6 x 24 cm

088. – 2/5

Square du Vert-Galant et pont Neuf, île de la Cité, Paris, France, 1951

24 x 35,6 cm

106. – 2/5

Nazaré, Portugal, 1955

23,8 x 35,4 cm

109. – 2/5

Barrio Chino, Barcelone, Espagne, 1933

35,2 x 23,7 cm

157. – 3/5

Liverpool, Angleterre, 1962

23,8 x 35,4 cm

158. – 3/5

Banlieue de Londres, Angleterre, 1954

23,8 x 35,6 cm

169. – 3/5

Mur de Berlin-Ouest, Allemagne, 1962

23,8 x 35,5 cm

171. – 3/5

Mur de Berlin-Ouest, Allemagne, 1962

23,8 x 35,5 cm

172. – 3/5

Dessau, Allemagne, mai-juin 1945

24,6 x 35,9 cm

175. – 3/5

Pause-déjeuner, Brême, Allemagne, 1962

23,8 x 35,5 cm

183. – 3/5

Parc des expositions, Pavillon de l’atome, Moscou, URSS, 1972

35,5 x 23,9 cm

191. – 3/5

Fête de Saint-Georges, Télavie, Géorgie, URSS, 1972

24,3 x 36 cm

193. – 3/5

Cantine pour les ouvriers travaillant sur la construction de l’hôtel Metropol, Moscou, Russie, URSS, 1954

24 x 35,7 cm

194. – 3/5

Forteresse Pierre-et-Paul sur la rivière Neva, Leningrad, Russie, URSS, 1973

23,8 x 35,6 cm

195. – 3/5

Irkoutsk, Russie, URSS, 1972

23,8 x 35,5 cm

204. – 3/5

Downtown, Manhattan, New York, États-Unis, 1947

35,2 x 23,5 cm

219. – 3/5

San Antonio, États-Unis, 1947

23,8 x 35,4 cm

236. – 4/5

Université de Berkeley, États-Unis, 1967

23,4 x 35,6 cm

255. – 4/5

Gaziantep, Turquie, 1964

23,9 x 35,6 cm

266. – 4/5

Mexico, Mexique, 1934

23,9 x 35,7 cm

278. – 4/5

Volcan, Popocatépetl, Mexique, 1963

23,9 x 35,4 cm

297. – 4/5

Funérailles de Gandhi, Delhi, Inde, 31 janvier 1948

35,6 x 24 cm

300. – 4/5

Srinagar, Inde, 1948

24 x 35,6 cm

325. – 5/5

Derniers jours du Kuomintang, Shanghai, Chine, décembre 1948 – janvier 1949

23,7 x 35,3 cm

336. – 5/5

William Faulkner, Oxford, États-Unis, 1947

35,6 x 23,9 cm

337. – 5/5

Jean-Paul Sartre, pont des Arts, Paris, France, 1946

35,5 x 23,9 cm

338. – 5/5

Truman Capote, La Nouvelle-Orléans, États-Unis, 1946

23,8 x 35,6 cm

Nota: questa fotografia è stata invertita per tutti gli  esemplari della Master Collection

343. – 5/5

Colette, Paris, France, 1952

35,5 x 23,4 cm

344. – 5/5

Robert Oppenheimer, 1958

35,6 x 23,8 cm

351. – 5/5

Alberto Giacometti à la galerie Maeght, Paris, France, 1961

35,6 x 23,9 cm

352. – 5/5

Jean Renoir, Los Angeles, États-Unis, 1967

24 x 35,7 cm

358. – 5/5

Samuel Beckett, Paris, France, 1964

23,8 x 35,4 cm

359. – 5/5

Joe, trompettiste de jazz, et sa femme May, New York, États-Unis, 1935

35,6 x 24,1 cm

361. – 5/5

Alberto Giacometti, rue d’Alésia, Paris, France, 1961

35,6 x 24 cm

369. – 5/5

Max Frisch à son domicile, village de Berzona, Suisse, 1966

35,3 x 24 cm

370. – 5/5

Alexander Calder, Saché, France, 1970

35,4 x 23,7 cm

372. – 5/5

François Mauriac à son domicile, avenue Théophile  Gautier, Paris, France, 1952

35,5 x 23,8 cm

373. – 5/5

Francis Bacon, 1971

23,7 x 35,3 cm

374. – 5/5

Georges Braque, France, 1958

35,4 x 23,9 cm

376. – 5/5

Albert Camus, Paris, France, 1944

24,7 x 35,8 cm

 

Sylvie Aubenas 

002. – 1/5

Poste frontière avec la Belgique sur la route D 23, au nord de Bailleul, France, 1969

24 x 35,7 cm

007. – 1/5

Derrière la gare Saint-Lazare, place de l’Europe, Paris, France, 1932

35,8 x 24 cm

009. – 1/5

Le Vieux Port, Marseille, France, 1932

24,2 x 35,8 cm

019. – 1/5

20e arrondissement, Paris, France, 1937

35,9 x 24,1 cm

020. – 1/5

Rue Mouffetard, Paris, France, 1952

35,7 x 24 cm

035. – 1/5

Quai Saint-Bernard, Paris, France, 1932

23,9 x 35,6 cm

048. – 1/5

Simiane-la-Rotonde, France, 1969

23,9 x 35,7 cm

067. – 1/5

Ménilmontant, Paris, France, 1969

35,5 x 23,9 cm

070. – 1/5

Ivry-sur-Seine, France, 1956

23,7 x 35,4 cm

079. – 2/5

Queyras, France, 1960

24 x 35,7 cm

100. – 2/5

Gitans, Grenade, Espagne, 1933

23,8 x 35,3 cm

101. – 2/5

Cordoue, Espagne, 1933

35,6 x 24,1 cm

104. – 2/5

Valence, Espagne, 1933

24,1 x 35,8 cm

109. – 2/5

Barrio Chino, Barcelone, Espagne, 1933

35,2 x 23,7 cm

115. – 2/5

Séville, Espagne, 1933

23,9 x 35,5 cm

119. – 2/5

Rome, Italie, 1959

23,8 x 35,5 cm

121. – 2/5

Livourne, Italie, 1933

35,5 x 23,9 cm

129. – 2/5

Rome, Italie, 1951

35,5 x 24,1 cm

130. – 2/5

Naples, Italie, 1960

23,8 x 35,5 cm

139. – 2/5

Rome, Italie, 1951

23,8 x 35,6 cm

142. – 2/5

Scanno, Italie, 1951

35,5 x 23,7 cm

143. – 2/5

Torcello, Italie, 1953

24 x 35,7 cm

144. – 2/5

Sienne, Italie, 1933

35,6 x 24,1 cm

145. – 2/5

Salerne, Italie, 1933

23,8 x 35,5 cm

157. – 3/5

Liverpool, Angleterre, 1962

23,8 x 35,4 cm

162. – 3/5

Péninsule de Dingle, Irlande, 1952

23,7 x 35,8 cm

172. – 3/5

Dessau, Allemagne, mai-juin 1945

24,6 x 35,9 cm

194. – 3/5

Forteresse Pierre-et-Paul sur la rivière Neva, Leningrad, Russie, URSS, 1973

23,8 x 35,6 cm

195. – 3/5

Irkoutsk, Russie, URSS, 1972

23,8 x 35,5 cm

196. – 3/5

Kidekcha, Russie, URSS, 1972

35,6 x 23,8 cm

197. – 3/5

New York, États-Unis, 1959

35,5 x 23,8 cm

198. – 3/5

Jour de l’Indépendance, Cape Cod, États-Unis, 4 juillet 1947

35,7 x 23,8 cm

208. – 3/5

Las Vegas, États-Unis, 1947

23,8 x 35,6 cm

210. – 3/5

Dans un train, Uvalde, États-Unis, 1947

23,7 x 35,6 cm

216. – 3/5

Cirque, Jennings, États-Unis, 1960

35,9 x 24,2 cm

221. – 3/5

Washington DC, États-Unis, 1957

23,9 x 35,7 cm

245. – 4/5

Asilah, Maroc espagnol, 1933

23,7 x 35,7 cm

247. – 4/5

Prizren, Yougoslavie, 1965

24 x 35,7 cm

265. – 4/5

Prostituées, calle Cuauhtemoctzin, Mexico, Mexique, 1934

24 x 35,7 cm

266. – 4/5

Mexico, Mexique, 1934

23,9 x 35,7 cm

268. – 4/5

Mexico, Mexique, 1963

35,3 x 23,7 cm

275. – 4/5

Puebla, Mexique, 1963

23,9 x 35,4 cm

276. – 4/5

Oaxaca, Mexique, 1963

23,9 x 35,6 cm

277. – 4/5

Cagliari, Italie, 1962

24 x 35,7 cm

284. – 4/5

Quartier Hakodate, Hokkaido, Japon, 1965

23,7 x 35,3 cm

318. – 5/5

Derniers jours du Kuomintang, Beijing, Chine, décembre 1948

24 x 35,7 cm

329. – 5/5

Place Tien An Men, Beijing, Chine, 1958

23,8 x 35,7 cm

338. – 5/5

Truman Capote, La Nouvelle-Orléans, États-Unis, 1946

23,8 x 35,6 cm

Nota: questa fotografia è stata invertita per tutti gli  esemplari della Master Collection

343. – 5/5

Colette, Paris, France, 1952

35,5 x 23,4 cm

359. – 5/5

Joe, trompettiste de jazz, et sa femme May, New York, États-Unis, 1935

35,6 x 24,1 cm

361. – 5/5

Alberto Giacometti, rue d’Alésia, Paris, France, 1961

35,6 x 24 cm

377. – 5/5

Vigneron, Cramont, France, 1960

35,6 x 23,9 cm

379. – 5/5

Coco Chanel, Paris, France, 1964

35,8 x 24 cm

 

Il catalogo della mostra

304 pagine

1 edizione trilingue (italiano, inglese, francese)

63€

Pubblicato in co-edizione da Marsilio Editori, Venezia, e Palazzo Grassi – Punta della Dogana e Bibliothèque nationale de France

Progetto grafico di Studio Sonnoli, Leonardo Sonnoli e Irene Bacchi

Con testi di

  • François Pinault – Presidente di Palazzo Grassi – Punta della Dogana e curatore della mostra
  • François Hébel, Agnès Sire, Aude Raimbault – Direttore, Direttrice artistica e Conservatrice della Fondation Henri Cartier-Bresson
  • Matthieu Humery – Specialista della fotografia e curatore generale della mostra
  • Sylvie Aubenas – Direttrice del Dipartimento di Stampe e Fotografia della Bibliothèque nationale de France e curatrice della mostra
  • Javier Cercas – Scrittore e curatore della mostra
  • Annie Leibovitz – Fotografa e curatrice della mostra
  • Wim Wenders – Regista e curatore della mostra

La celebre Master Collection, formata dalle 385 fotografie che Henri Cartier-Bresson selezionò, tra il 1972 e il 1973, come le più importanti e significative della sua carriera,  viene pubblicata integralmente in occasione della mostra a Palazzo Grassi.

 

Biografia di Henri Cartier-Bresson

Nato a Chanteloup nel 1908, Henri Cartier-Bresson sviluppa molto presto una forte fascinazione  per la pittura. Dopo aver passato un anno in Costa d’Avorio, nel 1932 scopre la macchina fotografica  Leica e nel 1933 espone per la prima volta nella galleria Julien Levy a New York. Viaggia in Europa, in Messico e negli Stati Uniti e inizia a interessarsi al cinema. Collabora con il regista Jean  Renoir nel 1936 e nel 1939 e, contestualmente, realizza tre documentari dedicati alla guerra in  Spagna.

Fatto prigioniero nel 1940, nel 1943 riesce a scappare al terzo tentativo. Nel 1944 scatta per Editions Braun una serie di ritratti d’artista e nel 1945 gira Le Retour, un documentario sul rientro in  patria di prigionieri di guerra e deportati. Il MoMA di New York gli dedica una mostra nel 1947.  Lo stesso anno fonda l’agenzia Magnum Photos insieme a Robert Capa, David Seymour, George Rodger e William Vandivert. Nei tre anni successivi, intraprende un viaggio in Oriente.

Rientrato in Europa, pubblica il suo primo volume, Images à la Sauvette, nel 1952. Nel 1954 è il  primo fotografo a essere autorizzato a entrare in Unione Sovietica dall’inizio della Guerra Fredda. Negli anni successivi effettua numerosi viaggi e decide nel 1974 di ridurre la sua attività di fotografo per concentrarsi sul disegno.

Nel 2000 insieme a sua moglie Martine Franck e loro figlia Mélanie decide di creare la Fondation  HCB, destinata a conservare la sua opera.

Henri Cartier-Bresson scompare il 3 agosto 2004 à Montjustin.

 

Biografie dei curatori

Matthieu Humery  

Curatore di mostre e specialista della fotografia, Matthieu Humery vive e lavora a Parigi, Arles e  New York. Dopo aver diretto il dipartimento di fotografia da Christie’s, per il quale ha organizzato  numerose vendite monografiche a New York e Parigi, Matthieu Humery ha curato diverse mostre,  tra cui Irving Penn, Resonance a Palazzo Grassi nel 2014, Annie Leibovitz, The Early Years: 1970 –  1983 nel 2017 e Jean Prouvé, architecte des jours meilleurs nel 2018 presso la Fondazione Luma di  Arles. Ha inoltre presentato la collezione Sylvio Perlstein attraverso la mostra A Luta Continua, Art  and Photography from Dada to Now presso la Hauser & Wirth Gallery di New York nel 2018.

La sua ultima mostra 50 years, 50 books. Masterworks from the library of Martin Parr è stata  presentata nell’ambito del 50° anniversario dei Rencontres d’Arles nel 2019.

Co-fondatore del Los Angeles Dance Project, Matthieu Humery ha avviato numerosi progetti che  intrecciano coreografia e arte contemporanea, sul modello di Reflections Redux, una collaborazione  tra Barbara Kruger e Benjamin Millepied presentata allo Studio des Acacias nel 2017.

 

Sylvie Aubenas  

Nata nel 1959, Sylvie Aubenas si è laureata all’École nationale des Chartes. Curatrice generale  delle biblioteche, ha trascorso la maggior parte della sua carriera presso la Bibliothèque nationale  de France (BnF). Contemporaneamente, ha tenuto corsi di storia della fotografia all’Università di  Parigi IV Sorbona per dodici anni. Dal 2007 è a capo del Dipartimento di Stampe e Fotografia della  BnF. Ha conseguito una specializzazione in storia della fotografia presentando nel 1988 una tesi  sul fotografo e inventore del XIX secolo Louis-Alphonse Poitevin. È autrice di numerosi articoli e  libri, tra cui Voyage en Orient, photographies 1850-1880 nel 1999 con Jacques Lacarrière e Brassaï  le flâneur nocturne nel 2012 con Quentin Bajac. Dal 1994 cura numerose mostre in Francia, in  Europa e negli Stati Uniti. Fra queste Le photographe et son modèle, l’art du nu au XIXe siècle nel  1997, Degas photographe nel 1999 in collaborazione con il Metropolitan Museum of Art, Gustave  Le Gray nel 2002 in collaborazione con il JP Getty Museum, Atget, une rétrospective nel 2007  in collaborazione con il Martin Gropius Bau di Berlino, Primitifs de la photographie, le calotype  en France (1843-1860) nel 2010 in collaborazione con la Société française de photographie, La  photographie en 100 chefs-d’œuvre nel 2012, Les Nadar, une légende photographique nel 2018,  Monumental Journey, the daguerreotypes of Girault de Prangey nel 2019 con il Metropolitan  Museum of Art e il Musée d’Orsay. Ha collaborato per queste realizzazioni con molti storici della  fotografia fra cui Malcolm Daniel, Gordon Baldwin, Michel Frizot, Hélène Pinet, Guillaume Le Gall,  Paul-Louis Robert, Anne Lacoste, Thomas Galifot, Stephen Pinson…

Sylvie Aubenas nutre un vivo interesse per i legami tra la fotografia e altri mezzi artistici come  la pittura o il disegno, le biografie dei grandi fotografi e la contestualizzazione storica delle loro  opere. È attivamente impegnata nell’arricchimento della collezione fotografica della BnF, autenti co punto di riferimento mondiale in questo campo.

 

Javier Cercas  

Nato a Ibahernando, Spagna, nel 1962, Javier Cercas ha conseguito un dottorato in Filologia ispanica  e ha lavorato per molti anni come professore di letteratura spagnola prima all’Università dell’Illinois  e poi all’Università di Girona, distinguendosi al contempo anche come autore di narrativa. Nel 2001  ha pubblicato Soldati di Salamina, un successo clamoroso sia in Spagna che all’estero che ha  ricevuto elogi da autori prestigiosi del calibro di Mario Vargas Llosa, George Steiner, J.M. Coetzee  e Susan Sontag. Da allora, Cercas si è dedicato alla scrittura a tempo pieno, occupando un ruolo di  primo piano nella narrativa spagnola e partecipando attivamente ai dibattiti politici e culturali del  Paese attraverso i suoi articoli sulla stampa, apprezzati da un nutrito pubblico di lettori. Collabora  regolarmente con il quotidiano El País. L’opera di Cercas si è guadagnata fama internazionale e incarna  un’audace esplorazione delle linee che separano la realtà e la finzione; l’autore stesso descrive il  suo lavoro come “storie reali”, sempre improntate ad un’analisi del presente e delle sue radici nel  passato. La pubblicazione di Il sovrano delle ombre (febbraio 2017) chiude il formidabile esercizio  letterario di indagine personale sulla guerra civile spagnola. I suoi libri sono stati tradotti in più di  trenta lingue e hanno vinto diversi premi nazionali e internazionali, fra cui l’European Book Prize 2016  per L’impostore e il Prix André Malraux 2018 per Il sovrano delle ombre.

 

Annie Leibovitz  

Il lavoro di Annie Leibovitz include alcuni tra i più famosi ritratti della nostra epoca. Inizia la  sua carriera come fotogiornalista per Rolling Stone nel 1970 mentre studia al San Francisco Art Institute. Nel 1973 diventa la fotografa principale della rivista. In dieci anni, oltre cento delle sue fo tografie sono pubblicate in copertina e realizza numerosi reportage fotografici di momenti storici  quali la dimissione del Presidente Richard Nixon e il tour del 1975 dei Rolling Stones. Nel 1983 ini zia a lavorare per Vanity Fair e, qualche anno dopo, per Vogue, estendendo la sua produzione di  ritratti collettivi della vita contemporanea. Ha pubblicato diversi libri e il suo lavoro è stato esposto  in istituzioni note, come la National Portrait Gallery di Washington, D.C., l’International Center of  Photography di New York, la Maison Européenne de la Photographie di Parigi, la National Portrait  Gallery di Londra e l’Hermitage Museum di San Pietroburgo. È inoltre Commendatore dell’Ordre  des Arts et des Lettres. Tra i premi che ha ricevuto, il Premio alla carriera dell’International Center  of Photography, la Medaglia del Centenario della Royal Photographic Society di Londra e il Premio  Principe delle Asturie nella categoria Comunicazione e Umanistica.

 

François Pinault  

François Pinault è nato il 21 agosto 1936 a Champs-Géraux, in Bretagna. Nel 1963 fonda a Rennes  la sua prima impresa nel campo del commercio di legname. In seguito amplia questa attività e nel  1988 viene quotata in Borsa. Nel 1999 entra nel settore dei beni di lusso, acquisendo il controllo  del gruppo Gucci (Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta, Boucheron…).

Nel 2003 François Pinault lascia la direzione operativa a suo figlio, François-Henri Pinault che  trasforma il gruppo in uno dei leader mondiali nel settore del lusso. Nel 2013 il gruppo è ribattezzato Kering.

Parallelamente, nel 1992 François Pinault fonda Artémis, società di capitali interamente controlla ta da François Pinault e dalla sua famiglia. Artémis possiede anche la casa d’aste Christie’s, la rivista Le Point, la squadra di calcio Stade Rennais, la compagnia crocieristica di lusso leader Ponante Artémis Domaine che comprende numerosi vigneti della regione di Bordeaux, tra cui Château Latour. François Pinault è tra i più grandi collezionisti di arte contemporanea del mondo. Attraverso la  Pinault Collection ha sviluppato un progetto culturale destinato a promuovere l’arte contemporanea  e renderla accessibile a tutti.

Dal 2006, l’attività della Pinault Collection si sviluppa attorno a diversi assi:

  • un’attività museale a Venezia (Palazzo Grassi, Punta della Dogana e il Teatrino)
  • un programma di mostre presentate in altre istituzioni (Mosca, Seul, Monaco, Dinard, Lille,  Dunkerque, Essen, Stoccolma, Rennes, ecc.)
  • una cooperazione importante con grandi istituzioni museali in tutto il mondo per lo sviluppo di  una politica di prestiti e nuove acquisizioni congiunte (Centre Pompidou, LACMA, Philadelphia  Museum of Art, ecc.)
  • un sostegno ad artisti emergenti con la creazione di una residenza d’artisti a Lens in partenariato con le istituzioni regionali (FRAC, Louvre-Lens, ecc.)
  • un sostegno a storici dell’arte moderna e contemporanea con la creazione del Premio Pierre  Daix nel 2015
  • attività di mecenatismo come il restauro della casa di Victor Hugo a Guernsey, nel 2019.

L’apertura della Bourse de Commerce – Pinault Collection nel 2021 rappresenterà una nuova tappa nello sviluppo del progetto culturale di François Pinault e della sua famiglia.

 

Wim Wenders 

Regista proteiforme, Wim Wenders trasmette la poesia caotica del suo universo attraverso film  dalle molteplici ispirazioni caratterizzati da una bellezza pura. Tra la costante evocazione della sua  Germania e i tributi agli uomini che ammira, il suo cinema ci parla di movimento, effimerità, angoscia e speranza. Promotore del Nuovo Cinema Tedesco, le sue opere sono un concentrato di critica e cinefilia. La sua passione per l’America traspare da molte sue pellicole. È con l’adattamento del  romanzo di Patricia Highsmith, L’amico americano (1977), che conquista il pubblico d’oltreoceano. L’atmosfera inebriante e il rigore estetico di questo film incarnano la sua predilezione per una  forma di vagabondaggio che contraddistinguerà tutti i suoi lavori.