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campagna pubblicitaria regione calabria,2008. Testimonial rino gattuso

Paola Arpone – Tu chiamale se vuoi…

di Mosè Franchi

 

Emozioni. La parola ricorre spesso nel dialogo con Paola Arpone (la professionista della settimana), che la infila un po’ ovunque. La troviamo quando ci parla di fotografia, musica, o anche della creatività in genere; persino mentre si esprime su quella mostra che sta costruendo e che desidera tanto. Guardiamo le sue fotografie e cerchiamo di riflettere. Crediamo che per lei l’emozione non rappresenti il risultato di un accadimento, bensì una linea di condotta: una strada da perseguire. La sua vita si è costruita sulle emozioni: sempre cercate e raggiunte; testimoniando a noi tutti come possa esistere una vita per “star bene” o, quantomeno, “meglio”.

 

 

Attenzione, non è banale. Anzi, il tema emozionale ci porta alle radici della fotografia “percepita”. Dopo il 1839 l’aspetto tecnico è prevalso a lungo, com’era logico che fosse; assieme al dualismo contrapposto con la pittura. Nadar iniziò a regalarci delle emozioni: non tanto con i suoi voli su Parigi, quanto con i ritratti delle tante personalità del tempo (anche Paola si dedica al ritratto). Lui sapeva cosa ci stava donando? Lasciamo la risposta alla lettura della sua biografia. Preferiamo riferirci a Paul Valery, poeta e scrittore francese. Ecco cosa disse:” «Con l’invenzione della fotografia si inaugura una nuova relazione tra parola e immagine, tra scrittura e immagine, tra storia e immagine: il tempo si ritrae, si fissa una volta per tutte nell’unità dello sguardo, nell’unità della visione che si infrange nello stesso modo in cui la lettura ne va delle combinazioni dei caratteri alfabetici della scrittura. La fotografia inventa nuovi segni, nuovi alfabeti di lettere, costantemente modificabili, lascia scrutare senza parole il silenzio del tempo custodito dall’immagine». Valery stava pronunciando il discorso inaugurale per la celebrazione del centenario della fotografia. Era il 7 Gennaio 1939.

 

Secondo il poeta, con la fotografia nasce una nuova relazione, che interagisce con la parola, la scrittura, la storia: scrutando peraltro il silenzio del tempo. Che si tratti di emozione? E poi: è questa una via da perseguire, come collante stesso dei sentimenti dell’uomo? Risposta difficile, ma Paola ha imboccato questa direzione: seguendo quell’istinto “bambino” che e si è mostrato precocemente. Già questa è un’emozione, solo a sentirla raccontare. Chiamiamola pure così.

 

© Paola Arpone

 

D] Paola, quando inizi a fotografare?

 

R] A livello amatoriale molto presto, avevo 15 anni. Se me lo chiedi, non so dirti il perché: vivo la passione per al fotografia sin da bambina. Sentivo che quella era la mia strada. Potrà sembrare una presunzione, ma è la verità: amo fotografare, ecco tutto.

 

© Paola Arpone

 

D] Quando diventi professionista?

 

R] Dopo una lunga gavetta da assistente, che dai sedici anni mi ha portato sino agli anni ’90. Non ho frequentato alcuna scuola, collaborando invece con tanti fotografi: prima come free lance, poi come assistente “fissa” al Superstudio. Erano gli anni del boom e mi sono trovata al fianco dei grandi del tempo; tra questi: Oliviero Toscani (4 anni con lui, anche a Treviso presso Benetton), Giuseppe Pino (a quei tempi lavorava per Class), Gianmarco Chieregato. Alla fine sono approdata anche a Grazia Neri, purtroppo un anno prima che chiudesse.

 

D] La passione è stata importante?

 

R] Determinante, direi; e lo è ancora oggi: La fotografia è il mio grande amore. Non ne possa fare a meno, quasi fosse una droga.

 

 

D] Come hai curato la tua formazione?

 

R] Solo facendo l’assistente, sin da ragazzina. Non è un limite, anzi; credo sia stata la cosa migliore. Lavorando in studio, ho imparato moltissime cose.

 

© Paola Arpone

 

D] Hai avuto degli elementi ispiratori?

 

R] Tantissimi. Annie Leibovitz è stata una di questi, forse la più importante: da sempre rappresenta la mia icona. Poi ci sono stati Robert Doisneau e Irvin Penn. Ho iniziato con la moda, ma mi occupo di ritratto e reportage; questo con una forte predilezione per il primo.

 

 

D] Scatti per te, a livello personale?

 

R] Sì, alle volte prendo e vado: da sola. Dipende comunque dalle emozioni, perché sono loro il motore che mi fa partire. Di certo la cosa mi deve far star bene, per cui l’eventuale commissionato non c’entra. Lo spirito è quello dei pittori che andavano al bar per un bicchiere di vino; dopo magari regalavano il quadro.

 

© Paola Arpone

 

D] Devi muoverti per soggetto? O progetto?

 

R] Una volta ho ritratto un’artista di spettacolo che faceva trasformismo. L’ho cercato tramite l’agente, per scattare delle foto di backstage. In un’altra occasione mi sono impegnata in un reportage sui disabili: è stata una delle esperienze più belle della mia vita. Tu capisci che un lavoro di quel genere è più significativo di un altro che riguardi la moda. Di mezzo c’è l’aspetto sociale, che è quello che mi interessa di più.

 

© Paola Arpone

 

D] Prediligi il ritratto. Chi ti capita di fotografare?

 

R] Ritraggo tantissimi imprenditori. Io adoro la musica e, quando mi capita un artista del settore, ne sono felice. Del resto, non sono riuscita a fare il batterista, e questo ha uno strascico anche nella fotografia.

 

 

D] Anche un amore per la musica, quindi: di che genere, però?

 

R] L’emozione entra anche in questo ambito. Mi piacciono Elisa e Jovanotti, le canzoni d’amore e tutti i brani profondi. Sono un po’ come l’Amélie del film, che vive nel suo mondo tutto particolare.

 

 

D] C’è della solitudine in quel mondo?

 

R] No, la solitudine non fa parte di me. Vivo anche con gli altri, ma mi ritaglio anche degli spazi personali: dei quali ho bisogno. Sono pure infantile; ed è bello così.

 

© Paola Arpone

 

D] Fotograficamente come ti definiresti?

 

R] Ritrattista, di certo.

 

 

D] Qual’è la qualità più importante per essere una fotografa di ritratto?

 

R] Devi far sentire a suo agio la persona che dovrai fotografare. Generalmente è il fotografo che va a far visita al soggetto, che ormai dedica pochissimo tempo a chi dovrà ritrarlo. Ebbene, i quei pochi minuti lui deve star bene.

 

 

D] Mi parlavi di imprenditori…

 

R] Sì, anche di AD importanti. Una volta i fotografi avevano a disposizioni una mezza giornata per il lavoro. Oggi questo non è possibile e il poco tempo che ti viene concesso devi sfruttarlo al massimo. E’ una questione di allenamento e di psicologia…

 

 

D] Cioè?

 

R] Occorre entrare nell’anima della persona che si ha di fronte.

 

 

D] Hai un episodio curioso da raccontarci?

 

R] No, non uno in particolare. Debbo dirti che all’inizio tutti i soggetti manifestano un po’ di imbarazzo. Subito dopo accade qualcosa di magico e sembra quasi di conoscere da tempo la persona che si ha di fronte. Alla fine, anche gli AD si lasciano andare.

 

© Paola Arpone

 

D] La tua è una carriera che comincia ad essere lunga…

 

R] Sono professionista dal ’97…

 

 

D] C’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

 

R] Ho una mostra nel cassetto, purtroppo completata solo a metà. Quel progetto è fermo da un anno. Il tema, naturalmente, attiene al sociale.

 

 

D] I disabili?

 

R] No, tutt’altro. Sarà un po’ una sorpresa.

 

 

D] Sarebbe la prima mostra?

 

R] No, ho già esposto in collettiva in via Pontaccio, sul tema dell’omosessualità.

 

 

D] Ti piace la mostra come contenitore di immagini e modo per divulgarle?

 

R] Molto e avrei anche tante cose in cantiere, che desidererei far vedere. Anche il mondo dell’arte mi attira molto.

 

 

D] Il rapporto tra fotografia e arte è in discussione da tempo…

 

R] Io frequento molto l’ambiente delle mostre e, francamente, alle volte vedo cose che non capisco; questo per dirti che raramente incontro delle immagini che mi colpiscono.

 

© Paola Arpone

 

D] Ricordi la mostra più bella che hai visto?

 

 

 

R] Sì, era esposta all’ultima edizione del MIA. Trattava delle donne obese. Le immagini erano gradevoli, piacevoli da guardare, belle e delicate. C’era un senso di leggerezza dentro quelle fotografie.

 

 

D] Una donna fotografa cosa può dare di più all’immagine?

 

R] È diventata un po’ una moda. Io sono arrabbiata col digitale, perché qualsiasi persona può improvvisarsi nella professione. La competizione è diventata serratissima e assurda, a tutto svantaggio di coloro che hanno affrontato la fotografia dopo anni di dura gavetta. Mi chiedi della donna fotografa? Ti rispondo che ci sono tanti uomini bravissimi: è sempre e solo una questione di emozioni.

 

 

D] Tu hai iniziato con l’analogico?

 

R] Ovviamente, sì.

 

 

D] Qualche rimpianto?

 

R] Mi manca la “pastosità” della pellicola, difficilmente raggiungibile col digitale. Occorre adattarsi, ecco tutto; del resto, lavorando con i giornali, non si hanno alternative. Ai tempo dell’analogico lavoravo con Nikon FE2 e 6X7. Passare da un medio formato al digitale è stato un po’ un trauma, anche se Canon mi ha dato molto (EOS 20D, allora), proprio nei termini di quella pastosità della quale ti parlavo. Oggi ho una EOS 5D, anche lei ragguardevole per vicinanza alla pellicola; ma la 20D mi è rimasta nel cuore, perché ritrassi tanti musicisti con quella macchina, senza rimpiangere i “rullini”.

 

© Paola Arpone

 

D] Il tuo è un ritratto ambientato?

 

R] Naturalmente. Tornando all’attrezzatura, io sono fermamente convinta che basti poco per ottenere una bella immagine.

 

 

D] Stampi da sola?

 

R] Lo facevo in Camera Oscura, da ragazzina.

 

 

D] Un’esperienza magica…

 

R] Eccome. Stavo ore e ore in CO: mi rilassava, stavo bene là; sperimentavo anche tanto, e questo mi divertiva.

 

 

D] Oggi non stampi più?

 

R] Non esiste un motivo logico per farlo. Al Cliente consegno un CD con il lavoro.

 

© Paola Arpone

 

D] B/N o colore?

 

R] Con l’analogico, amavo tantissimo il B/N; dopo il digitale, preferisco il colore.

 

 

D] Quale ottica prediligi?

 

R] Il 24 – 70, che poi è la lente che uso maggiormente. In qualche occasione mi rivolgo al 70 – 200.

 

 

D] Nessun grandangolo estremo?

 

R] No, Mi piace “stare addosso” al soggetto; il grandangolo non ti avvicina così tanto alle persone, questo sempre nell’ambito della discrezione.

 

 

D] Come ritrattista, c’è una persona che ti piacerebbe interpretare in fotografia?

 

R] Ce ne sono diverse. Nella musica Jovanotti: mi mette allegria; e poi, se fosse ancora viva, mi piacerebbe ritrarre Maria Teresa di Calcutta.

 

 

D] Un’altra persona che vorresti ritrarre?

 

R] La mamma di Elisa Claps: una “donna coraggio”, dalla quale tutti dovremmo imparare tanto.

 

© Paola Arpone

 

D] Abbiamo parlato molto di musica: c’è un rapporto con la fotografia?

 

R] La musica è pur sempre una forma d’arte. Da tempo dei Clip accompagnano i brani musicali, per allargarne il racconto e l’emozione. Il video è pur sempre figlio dell’immagine e, di solito, completa il pezzo: donandogli più forza.

 

 

D] Curi personalmente la post?

 

R] Lo fa Thomas, la persona con la quale condivido lo studio: socio e fotografo, bravo peraltro. Lui è completo in tutto. Mi piacerebbe occuparmi della post – produzione, ma non ho avuto le basi. Certo, certe cose le faccio; ma non ho la manualità, né l’esperienza di Tommaso. Dal canto mio, amando la pittura, trovo Photoshop molto vicino a quella arte.

 

 

D] Fotografia, musica, adesso la pittura…

 

R] Amo tutto ciò che è creativo.

 

 

D] Questa bambina ne ha fatte di cose…

 

R] Ma è rimasta tale. Ha portato avanti la sua passione con tanti sacrifici e molta determinazione.

 

 

D] La fotografia è ancora un mondo maschile?

 

R] In Italia, fino agli anni ’90  le donne erano limitate allo still life, mentre moda, reportage e ritratto  appartenevano all’uomo. Le cose sono un po’ cambiate ed adesso il modo femminile ha permeato anche il mondo della pubblicità, oltre che i precedenti ovviamente.

 

 

D] All’estero?

 

R] Conta la qualità. Se si brava ti prendono e basta.

 

© Paola Arpone

 

D] Se potessi farti un augurio da sola, cosa ti diresti?

 

R] Non lo so, spero di realizzare il mio sogno: quello di quella mostra che ormai sai; che poi significa trasmettere le mie emozioni. Può andar bene come augurio?

 

 

D] Sì, certo.

 

R] È un po’ come con una tua canzone: speri che gli altri la cantino.

 

© Paola Arpone

 

Ringraziamo Paola Arpone per le immagini e il tempo che ci ha voluto dedicare.