La mostra vuole offrire un’occasione per riflettere sulle più avanzate ricerche fotografiche contemporanee. Ricerche che, in vari casi, hanno anche trovato nei programmi di foto-ritocco digitale un valido strumento d’aiuto, ma puntano soprattutto a ritrovare un nuovo rapporto con il mondo situandosi in una zona di confine tra passato e presente, tra realtà e immaginazione, presenza e sparizione. Dopo i lunghi dibattiti sulla veridicità della fotografia o sulla sua costitutiva tendenza alla menzogna, questa mostra vorrebbe affrontare un interrogativo radicalmente diverso e chiedersi: “Ci possono offrire una qualche verità fotografie che si presentano dichiaratamente  ambigue, costruite, messe in scena o elaborate digitalmente?” . Ebbene tali immagini di certo non documentano la realtà, ma probabilmente ci dicono altre verità, sui nostri sogni, desideri o bisogni.  Forse giocano – giustamente –  a incrinare le nostre scontate categorie in merito alla temporalità, allo spazio e alla veridicità di ciò che vediamo.

 

In effetti, basta guardare le opere  presenti in mostra per accorgersi di come molti di questi autori sentano il bisogno di mettere in discussione il rapporto tra passato e presente, rovesciandolo davanti ai nostri sguardi stupiti.  Essi viaggiano a ritroso nel tempo come novelli Jules Verne all’incontrario, per poi riemergere nell’oggi. Non devono liberarsi del peso della storia per cominciare a vivere – come suggeriva Louise Bourgeois. Non ne hanno bisogno. Per alcuni di loro il tempo trascorso è come un mondo di meraviglie nascosto in vecchio cassettone da cui attingere a piene mani: il passato si rivela così un punto di partenza per liberare la fantasia, per giocare con il tempo e scompaginarlo attraverso  tocchi  a volte giocosi e umoristici, a volte romantici o un po’ nostalgici. Ecco allora che Jefferson Hayman, con le sue stampe e cornici d’antan, sembra volerci immergere in un Ottocento redivivo. Foto Marvellini propone invece vere fotografie d’archivio, rielaborate però con inserimenti ironici e divertenti: così vecchi ritratti di famiglia si trasmutano in immagini perturbanti e sospese in un tempo incerto, un po’ passato e un po’ attuale. Giovanni Guadagnoli a sua volta crea paesaggi ambigui, dove confluiscono testimonianze letterarie e frammenti di luoghi e città diverse: le sue immagini ci ingannano con una rappresentazione paesaggistica quasi classica, mentre sovvertono ogni tradizionale coordinata spazio-temporale, così da sollecitare l’immaginario degli spettatori.

 

Il mondo contemporaneo rincorre la velocità e impone l’obbligo di essere sempre aggiornati, trascurando il valore della memoria e della riflessione interiore? Ebbene Sandro Crisafi e Giacomo Vanetti non ci stanno. Così, il primo ci offre immagini di antiche e misteriose battaglie come sul punto di svanire dai nostri ricordi. Mentre il secondo scava dentro l’immagine e dentro se stesso, come se solo nel tempo, stampando e ristampando, potesse imprimere le sue emozioni su vecchie carte fotografiche  assieme a quelle di figure in via di sparire o di apparire, non si sa.

 

Il mondo è diventato sempre più prosaico, la natura s’è allontanata dalla nostra vita? Allora, ci dicono questi giovani autori, oggi non ha più senso cercare la poesia nel desueto (come facevano i surrealisti),  ma nel consueto, nei quartieri di periferia, in un parco, ai bordi di un lago qualsiasi. Basta cambiare posizione: non più eretti come d’abitudine, ma sdraiati a terra con gli occhi rivolti al cielo, per immaginare altri mondi, per riudire il silenzio dentro se stessi – così il lavoro di Giulia Laddago. E’ sufficiente un piccolo gesto come quello di  circoscrivere con una riga bianca ciò che rischiamo di non vedere più, ed ecco che la nostra attenzione si concentra nuovamente sul volo sfuggente di un gabbiano, sulle montagne che degradano all’orizzonte – ci fa capire Carola Ducoli.  Può fiorire una rosa nel gelo della neve?  Certo che no, ma basta poterlo sognare ed anche i miracoli accadono, sembra essersi detta Roberta Segata: “La bellezza della natura attenua le brutture degli uomini” è il suo motto, ripreso dallo scrittore Rex Stout;  e lei, saltando tra i prati come una fata leggera o con il suo fiore stretto in mano tra la neve, riesce a creare immagini danzanti dove, come per magia, crea una nuova armonia tra noi e la natura. E magiche sono pure le costellazioni di Francesca Todde, che paiono scaturire da vecchie foto di gruppi di animali che forse, nella realtà, non potremmo mai vedere.

 

Insomma, simili a desideri tenaci, le opere di questi autori ci invitano a credere nei sogni e  nelle emozioni che raccontano. Non sono più interessate a mostrare la realtà, divengono esse stesse realtà. Magari mentono, ma per dire altre verità.

 

Curatrice Gigliola Foschi.

Inaugurazione venerdì 22 marzo ore 17,00.

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