513 05c2a9pierocristaldi

Piero Cristaldi – Il valore dell’inquadratura

di Mosè Franchi

Incontriamo Piero Cristaldi nella sua casa: un’ex fabbrica di canoe, adesso diventata un loft “per creativi”. L’ambiente è confortevole, sin dalla luce: fotografica, appunto.

Con Piero è bello parlare di tutto: ad iniziare dalla sua vita; quella che corre di fianco alla fotografia, voluta a tutti i costi, senza risparmio di energie. Ci parla a lungo della sua collaborazione con una rivista giapponese, ma anche di quel continuo peregrinare da un angolo del mondo all’altro, al quale è stato costretto per anni. All’arrivo sempre una passerella, con tutte le responsabilità del caso. Tanta fatica? Certo, raddoppiata dai valori (fotografici anch’essi) che si portava dietro da sempre: l’inquadratura e l’importanza del colore. E qui sta il punto, o se vogliamo la grande qualità di Piero: le sue immagini possiedono l’estasi di uno still life d’autore, ma conservano il valore dell’attimo che avviene una volta sola; e per sempre. Si tratta di due ambiti divergenti: forze asintotiche che il più delle volte si allontanano, senza mai entrare in un fotogramma. Piero, invece, riesce a radunare queste due energie: perché è sempre stato in grado di congegnare il proprio lavoro con la cura del solo scatto, anche quando gli strumenti della post produzione avrebbero consentito i miracoli di ciò che non è mai esistito. “Vera fotografia”, ecco sì: così potremmo definire l’operato di Piero Cristaldi, dove l’attimo è totale, perché racchiude l’energia che descrive. Questo vale anche per il ritratto (altra grande passione del nostro) e persino per il Bianco e Nero, che lui ammira visceralmente. Questione di sacrifici, di sofferenza, di abnegazione, di energie mai restituite; dell’esigenza di voler “essere fotografo”, prima ancora di farlo. La fotografia di Piero è tutta lì e parte dal valore staminale: l’inquadratura. Che lo si voglia o no, una bella foto è tale per ciò che contiene e per come viene disposto. La cura “totale” fa il resto, ed è verificabile negli scatti che Piero ci ha voluto dedicare. Chapeau.

5880b19e9c52e

D] Piero, quando hai iniziato a fotografare?

R] Molto presto, a 17 anni. I miei genitori mi volevano ragioniere e invece io fuggivo a quell’idea. Avevo un fratello pittore e, tramite lui, sono riuscito ad entrare in uno studio; poi è stata la volta di Publifoto. Lì ho fatto di tutto: la stampa in B/N e anche quella a colori. Sono stato anche assistente di Zappalà, presso il suo studio: questo prima di aprirne uno mio. Con lui ho imparato tante cose, man mano che vedevo nascere le tante campagne.

5880b1a0025a2

D] È stata passione?

R] Sì, ma soprattutto non volevo fare il ragioniere (né vivere di un posto in banca). L’idea della fotografia mi appassionava. Più passava il tempo e maggiormente mi convincevo di quanto facevo, anche perché le soddisfazioni non mancavano. Ricordo, ad esempio, il B/N per “Il Piacere” di Rusconi Editore. Ho svolto anche altre mansioni lavorative, ma cercavo sempre di far sì che non togliessero spazio alla fotografia.

D] C’è stata una svolta nella tua carriera?

R] Non l’ho mai percepita, perché andavo avanti con convinzione: trovando i mezzi necessari per sbarcare il lunario, se necessario. Certo, un giorno ho incontrato un gruppo editoriale giapponese, che mi ha chiesto di collaborare. Io mi dedicavo ai ritratti, loro invece mi volevano per le sfilate di moda: anche se dell’ambiente non conoscevo nulla. In ogni caso, ho lavorato per loro (e la rivista che producevano, Gap Press) per ventisei anni, iniziando dal numero “zero”. Ho smesso lo scorso anno.

D] Un esperienza importante…

R] E lunga, che mi ha portato in giro per il mondo: Madrid, Londra, New York, Tokio, Barcellona, Seul. Oggi collaboro con WWD America, altra rivista di pregio.

5880b1a1a0514

D] Torno alla passione: è stata importante?

R] Eccome, se pensi che mi sono adattato a svolgere mansioni umili pur di non abbandonare la fotografia. Tra l’altro le ho sempre dedicato grande impegno, che non mi è mai stato restituito in toto: se non per la soddisfazione. I miei colleghi mi chiamavano il “maratoneta”, per via delle trasferte alle quali mi costringevo. Ma il mio mondo era quello, con tutte le scoperte che via via mi regalava. Ricordo la prima EOS 650: sembrava una cosa fantastica. Ricordo mi dissero: “Vedrai che avrai tutto a fuoco”; cosa straordinaria per me che ero abituato al “manuale”. Da allora sono sempre rimasto con Canon.

5880b1a3260ce

D] Come hai curato la tua formazione?

R] Ho frequentato la Cesare Correnti, quando già lavoravo con Zappalà. Ricordo che ero più avanti degli altri alunni, perché il lavoro in studio anticipava le cose. Diciamo che ho fatto tanta pratica, il che mi è stato utile.

D] Altri contributi alla tua formazione?

R] L’assistente per ogni cosa. Sviluppavo anche le DIA. Poi, in studio (sempre con Zappalà) preparavo tutto: quando lui arrivava, doveva solo scattare.

D] Fotograficamente come ti definiresti?

R] Il mio genere è il ritratto, e anche il paesaggio. Amo inquadrare, ecco tutto: vedo da subito quale debba essere la foto. Non taglio mai il fotogramma: dentro c’è già ciò che ci deve essere.

D] Poi c’è la moda, altro grande capitolo del tuo essere fotografo…

R] È vero, la moda: quel mondo che ai più sembra da favola, questo perché composto da fotografia, modelle, begli ambienti. Ho fatto molto in quel settore, anche i cataloghi (sempre in Giappone). Debbo dirti che il lavoro delle collezioni mi ha restituito tanto, contribuendo a farmi aprire con gli altri. Dovevo interagire con molte persone e sono riuscito ad imparare un po’ di giapponese.

D] Se gli hai dedicato una vita, evidentemente la moda ti piaceva…

R] La moda è un lavoro ripetitivo. Da professionista quale sei, cerchi comunque di dire qualcosa: aspetti il momento, quell’attimo che può fare la differenza tra te e gli altri; ma alla fine non ti pubblicano quella foto. In ogni caso l’habitat delle sfilate mi ha dato molto, anche se c’è voluta tanta fatica. Con Canon, poi, abbiamo messo su anche un po’ di pancia…

D] Cioè?

R] Una volta finii Parigi che quasi non stavo in piedi; poi con Canon appunto (prima l’AF, poi il digitale) siamo stati un po’ più tranquilli, anche nei risultati. Io, ad esempio, ho sempre restituiti ai giornali il lavoro pronto, perché le fotocamere avevano una resa cromatica ottima.

5880b1a499a76

D] Qual’è la qualità più importante per chi si dedichi alla “tua” fotografia, quindi a passerella, cataloghi e ritratto?

R] Nei cataloghi spesso mi hanno tarpato le ali, perché facevo saltare la modella, creando un ambiente dinamico. Circa la passerella, io vedo molti miei colleghi che svolgono un eccellente lavoro, non curando però il colore. Io lì dedico molta attenzione, cercando le tonalità più fredde. Nello stesso tempo, sempre davanti alle sfilate, provo a fermare il momento che conta. Nel ritratto, occorre cogliere (e tradurre) la personalità di chi ci sta di fronte. È sempre una questione di attimi, comunque: perché bisogna capire quando il soggetto è realmente se stesso, invitandolo a togliersi la corazza che si porta dietro.

5880b1a61cf29

D] Mai fatto mostre?

R] Sì, tra queste mi piace citarti quella relativa alla casa di via Mercato 26. Là vi era un’abitazione che doveva essere venduta ad una banca. Abbiamo fatto in modo che questo non avvenisse: io, un pittore e un architetto; ognuno per la sua parte. Ricordo che misi una sedia in portineria, dove ho fatto sedere la gente che abitava lì da generazioni. Ho ritratto tutti, con l’aiuto di una lampada da comodino.

D] Piero, hai avuto dei modelli ispiratori?

R] Come luce, direi Fabrizio Ferri. Ho amato comunque tutti i vecchi fotografi.

D] B/N o colore?

R] Il Bianco e Nero è sempre stata la mia grande passione, col quale ho ritratto tante persone famose (D&G, Soprani). Faccio il colore per lavorare, ecco tutto. Il mio vecchio book era interamente in B/N e molti mi chiedevano: “Ma lei sa fare il colore?” e io ne rimanevo sorpreso. C’è poco da fare: le foto di bianchi, neri e grigi hanno qualcosa in più.

5880b1a7869b5

D] Dopo tanti anni di carriera, c’è un progetto rimasto indietro e che vorresti portare a termine?

R] Io avevo un grande progetto, che non sono mai riuscito a portare a termine: fotografare la gente del mio paese. Non ho più pretese: a me piace lavorare. Molti giovani mi dicono che ho un grande coraggio a iniziare nuovamente, dopo lo stop con Gap Press. Il punto è che la fotografia vive dentro di me. Più che di progetti, ho bisogno di un segno: quello che ogni fotografo vorrebbe lasciare durante la sua vita.

D] Tu vieni dalla Puglia: dal Salento, per la precisione. Ti sei portato dietro qualche stimolo fotografico?

R] Il Salento mi ha dato il colore della terra, l’aria, la luce. Più divento grande e maggiormente capisco cosa ho lasciato: una regione magica. Quando ho occasione di tornare, rimango incantato anche dagli odori, dalle architetture. Forse oggi ci sono troppi turisti, ma va bene così.

D] Hai iniziato con la pellicola?

R] Sì e con il “tutto manuale”, fino alla EOS 650.

D] Qualche rimpianto?

R] Sì e no, anche se il digitale non sarà mai come la pellicola. Professionalmente la preferisco, ma le nuove tecnologie sono più pratiche. Quando guardo una vecchia rivista dove ci sono dei miei scatti analogici, mi chiedo: “Possibile che sono riuscito a fare questa fotografia?”. Oggi possiamo regolare tutto, mentre un tempo avevi il film “al Tungsteno” o il filtrino davanti all’obiettivo.

D] Riemerge il tema del colore?

R] L’ambiente della sfilata è duro, in tutti i sensi. Io decido dal primo scatto quello che debbo fare. La Mark IV mi offre dei colori fedeli, ma il primo vestito è quello più importante, per cui bisogna stare attenti.

5880b1a96256b

D] Curi personalmente il ritocco?

R] No, io non tocco quasi niente: per prima cosa non lo so fare, poi non desidero che venga modificato qualcosa dopo lo scatto. L’unico intervento si esaurisce in un leggero schiarimento.

5880b1aac3ed4

D] Quale ottica preferisci?

R] Il 300 ƒ/2,8: è la fine del mondo.

D] C’è, tra le tue, una fotografia alla quale sei molto affezionato?

R] Ce ne sono tante e le sento mie: le stesse che poi non sono state capite dagli editor…

D] Che foto, ad esempio?

R] Dei ritratti, colti durante una sfilata: tipo quello della ragazza giapponese…

5880b1abe7ba8

D] Scatti anche per te?

R] No. Del mio matrimonio ho solo tre immagini, tutte prese da un amico.

D] Quale lente preferisci per i ritratti?

R] Il 70–200 ƒ/2.8: è bello il suo effetto sfuocato.

5880b1ad341fb

D] Hai fotografato in studio?

R] Da giovane, in Giappone. Ho prodotto tanti cataloghi.

D] Preferisci lo studio o la passerella?

R] La passerella è come una droga: quando finisci la stagione, senti che ti manca. In studio, poi, non potevo operare in autonomia. C’era sempre la stylist che interveniva, pur non sapendo nulla di fotografia.

D] La passerella è più dinamica…

R] Ti tiene vivo, anche se sei malato. E poi ti impegna a fondo.

D] Potessi scegliere, che foto scatteresti domani?

R] Mi sto divertendo a cogliere dei particolari, in casa (al mattino qui c’è una lice particolare) o quando esco in bicicletta. Mi piacciono molto le linee che fuggono, divergendo.

5880b1afb0eb9

D] Qual’è l’augurio fotografico che vorresti dedicarti?

R] Lavorare ancora, a lungo. Desidererei avere la forza per continuare. Oltre a ciò, però, mi piacerebbe lasciare il segno.

Grazie a Piero Cristaldi per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.

5880b1b0f00b4

5880b1b210e81