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Rossano Ronci

di Dino del Vescovo

Forte della propria esperienza di autoditatta, Rossano Ronci, fotografo professionista pesarese specializzato in foto di architettura, moda e ritratto, pur sottolineando l’importanza di una buona base teorica, attribuisce valore alla crescita libera, alla creatività e all’interpretazione personale da affinare secondo i propri tempi e le proprie predisposizioni. Quello del fotografo, a suo dire, è un percorso fatto di tappe, durante il quale si impara non soltanto a scattare buone fotografie, ma anche a pensare e a gestire il flusso di lavoro, il più delle volte legato alle pubbliche relazioni e alla cura del cliente.

Ha ritratto personaggi famosi di ogni genere, dallo spettacolo allo sport, ed ha lavorato come art director per riviste specializzate in moda (Vogue Pelle e Vogue Gioiello). Alle prese con la realizzazione di un album fotografico decisamente insolito, finalizzato a raccontare attraverso le sue immagini come si svolge la vita di un giocatore di basket professionista lontano dal campo di gioco, Rossano Ronci non fa mistero delle sue due grandi passioni: il basket e la batteria. La prima lo porta a giocare come cestista a livello regionale e agonistico nonché ad ispirarsi ai giocatori serbi, fra i più forti al mondo, la seconda a trascorrere parte del suo tempo libero, bacchette alla mano, nell’accompagnamento delle sue basi musicali preferite. Dice di mangiare per vivere (e non il contrario) e di apprezzare la birra, da bere e nel concetto.

D] Dunque Rossano, quanto ritieni, da autodidatta, che sia importante frequentare una buona scuola di fotografia per avviare un’attività di successo?

R] Le scuole di formazione sono sicuramente di aiuto perché insegnano i concetti base su cui costruire la propria tecnica. Non dovrebbero però imporre regole troppo rigide o dilungarsi su aspetti tecnici poco utili dal punto di vista pratico, ma lasciare spazio alla creatività e allo stile di ciascuno. Disporre di una buona teoria è senza dubbio un ottimo punto di partenza, ma il percorso necessario a fare di un allievo un fotografo, spesso lungo e faticoso, va affrontato secondo i propri tempi. Sbaglia chi crede che sia sufficiente frequentare un workshop o una scuola di fotografia di buon livello – potrei citarti lo IED ad esempio, l’Istituto Europeo di Design – per essere già pronti alla professione. Oggi più che mai, essere fotografo non significa soltanto produrre buone immagini: la professione ha inizio con la gestione e la massima cura del cliente, attimo dopo attimo. Aggiungo inoltre che non tutte le scuole di fotografia sono affidate a docenti competenti.

D] L’errore in cui un autodidatta solitamente incorrere?

R] Quello di perseverare negli stessi errori per troppo tempo. Ciò non accade, invece, quando si ha da subito una guida, qualcuno che ti spieghi la tecnica in modo adeguato.

D] Dunque, il tuo profilo professionale ti definisce anche art director. Cos’è e cosa fa, in pratica, un art director?

R] La figura dell’art director è strettamente legata alle redazioni dei giornali. Il suo compito è quello di definirne la linea editoriale, creativa, di selezionare e contattare i fotografi secondo le loro caratteristiche e il loro stile. È in altri termini il direttore creativo di un progetto. L’art director, va detto, non necessariamente è un fotografo. Per quanto mi riguarda, ho lavorato per diversi anni in quel ruolo per le riviste Vogue Pelle e Vogue Gioiello.

D] Quali sono le difficoltà che oggi si incontrano nel fare la professione di fotografo?

R] Questa è una domanda terribile. La diffusione di massa della fotografia, innescata poco meno di dieci anni fa dalla tecnologia digitale, rende tutto più difficile. La quantità di fotografi improvvisati, in continuo aumento, crea disordine e disagio a un mercato sempre più confuso. Personalmente ho avuto la fortuna di iniziare la carriera ai tempi della cosiddetta “old school”, quando ancora c’era la pellicola e la fotografia non era per tutti. Ho avuto quindi l’opportunità di creare nei tempi giusti una carriera e di seguire un lento percorso di formazione che mi ha permesso di maturare da più punti di vista. Il digitale e la fretta con cui oggi tutto si consuma, limitano questo genere di percorso, svilendo la figura del fotografo e la capacità di chi si definisce tale di raccontare situazioni con delle immagini.

D] Si legge nella tua presentazione che i ritratti da te eseguiti a personaggi dello spettacolo e dello sport, quali Fiorello, Valentino Rossi, Totti e Buffon, rivelano “una umanità e una intimità assolutamente inedite”. Cosa intendi dire con questa espressione?

R] Quella definizione non è mia, ma appartiene a una persona esperta di fotografia, una delle organizzatrici del Festival della Fotografia di Roma che, avendo osservato i miei ritratti, ha deciso di esprimersi in quel modo.

In ogni caso, la condivido in pieno. La mia idea di ritratto, soprattutto quando si tratta di personaggi famosi, non è di creare immagini patinate, ma primi piani che trasmettano all’osservatore ciò che la persona ripresa ha dentro. Questo si ottiene instaurando con il proprio soggetto un rapporto di semplicità e intimità nel breve arco di tempo che di solito si ha a disposizione. Se vuoi fare quindi fotografie “intime”, devi porti come faresti con un amico che viene a trovarti in studio e chiede di fargli qualche foto per uso familiare. Cosa che non è sempre facile (o possibile).

D] Ci sei riuscito con tutti? Oppure qualcuno si è rivelato particolarmente ostico?

R] Quasi sempre ottengo buoni risultati. È successo tuttavia, lo ammetto, di incontrare difficoltà con qualcuno: con Alberto Tomba, per esempio, non è stato facilissimo trovare un buon feeling, con Linus di Radio Deejay altrettanto. Al contrario i personaggi più “facili” e piacevoli sono stati Fiorello, Francesco Totti, Filippo Inzaghi ma forse il top l’ho raggiunto con Claudio Cecchetto, una persona geniale che mi ha lasciato un’infinità di sensazioni positive.

D] Fotografia industriale, moda e ritratto. C’è un filo conduttore fra le tre discipline?

R] Assolutamente sì e trovo che la domanda sia molto pertinente. Ti racconto un aneddoto a tal proposito: la casa editrice milanese L’Archivolto ha prodotto nel 2008 un libro fotografico dal titolo “Spazi. Rossano Ronci Photographer 1994/2008” che raccoglie appunto i lavori da me eseguiti dal 1994 al 2008. L’idea di realizzare quest’opera è nata proprio da una considerazione fatta da un art director danese che, osservando i miei portfolio, affermava di riconoscere il mio modo di esprimermi in immagini appartenenti a generi diversi come la foto industriale, la moda e il ritratto. Voglio dire che… il mio approccio mentale di fronte a questi soggetti è sempre lo stesso.

D] Da quanto tempo sei nikonista e perché?

R] Lo sono dai primi anni ’90. Le Nikon infatti mi sono sempre piaciute, a partire dalla serie F. Quando si è avuto il passaggio dall’analogico al digitale, noi nikonisti abbiamo avuto un po’ di difficoltà, ma con l’introduzione della serie 3 — mi riferisco alle reflex D3, D3s e D3x — Nikon ha risolto egregiamente ogni problema.

D] Con quale corpo macchina lavori?

R] Utilizzo una Nikon D3x ma ho lavorato per parecchio tempo con la D3. Non mi resta che attendere la D4x per passare a questa nuova generazione di reflex. Non nascondo tuttavia di essere molto incuriosito dalla nuova D800 e dai suoi 36,3 milioni di pixel effettivi.

D] E se potessi offrire un suggerimento a Nikon, cosa diresti?

R] Sinceramente credo che in questo momento Nikon stia abbastanza bene ed abbia bisogno di pochi suggerimenti (sorride, ndr). Mi piace inoltre il tipo di rapporto che sta instaurando con noi professionisti, vedi il nuovo sito NPS Italia (www.npsitalia.it), la possibilità di creare al suo interno spazi personali e via dicendo.

D] Cosa pensi della fotografia di reportage?

R] Questa domanda mi piace molto: la fotografia è reportage per definizione, è racconto. Anche la foto di architettura, se è in grado di raccontare un paesaggio urbano, è a suo modo reportage. È pur vero che l’immaginario collettivo associa al concetto di reportage, il reportage sociale o di guerra, campo di applicazione molto interessante ma che richiede la giusta predisposizione caratteriale. Non è facile muoversi fra il dolore e la sofferenza e scattare fotografie. Probabilmente, se mi cimentassi, otterrei anche buoni risultati, ma ci starei male per dei mesi.

D] Progetti per il futuro?

R] Mi piacerebbe continuare a fare il fotografo, se possibile in modo “tradizionale”. Non mi interessano molto le nuove tecnologie, vedi il 3D e simili. Credo siano soltanto trovate di marketing. Le attuali fotocamere digitali, per esempio, possono registrare anche video di ottima qualità. Senza nulla togliere all’utilità che un filmato può avere, io preferisco continuare a scattare fotografie.

D] È una mia impressione o ti piace unire in un unico fotogramma soggetti statici e altri in movimento?

R] Hai visto bene. Personalmente cerco di esprimere attraverso le immagini il cosiddetto “passaggio” da un’azione all’altra, scopo non facile da raggiungere dato che la fotografia di per sé è statica. È da qui che nasce l’esigenza di unire un soggetto statico a uno dinamico.

Naturalmente non posso pretendere che l’interlocutore, nel momento in cui guarda le mie immagini, provi le stesse emozioni da me provate nell’attimo in cui ho scattato. Ma credo che provarci sia importante.

D] Preferisci fotografare a colori o in bianco e nero?

R] Di primo acchito preferisco scattare a colori, forse perché il nostro occhio percepisce la realtà a colori. Il bianco e nero, comunque, lo utilizzo e l’ho utilizzato in passato per diversi lavori. Vorrei aggiungere che forse il digitale ha penalizzato un po’ il bianco e nero dato che le immagini nascono a colori e poi sono convertite, on-camera, nelle varie tonalità di grigio. Anni fa invece si utilizzava la pellicola in bianco e nero e i fotografi erano portati a pensare in bianco e nero già prima dello scatto (i contrasti sono diversi, i colori cambiano, etc…). Insomma l’approccio era diverso, molto più consapevole. Le fotografie di Mario Giacomelli, per esempio, nascevano in bianco e nero già nella testa del loro autore.

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